Sleigh Bells: “Reign of terror”

Se volete avere un’idea precisa degli Sleigh Bells, l’immagine di copertina del loro secondo album vi aiuta quanto e più della musica. È tutto lì, in quel paio di Keds (non una marca a caso) insanguinate. Violenza, e contraddizioni violente. Un’idea che parte sin dal nome del gruppo:  campanelli della slitta (di Babbo Natale, presumiamo) che emettono frequenze urticanti. Nelle canzoni, nella brutalità sonora del noise pop, il concetto è altrettanto chiaro. Potenti riff di chitarra che vanno a sbattere contro beat marziali. Testi duri pronunciati con (relativa) dolcezza, mentre i cori sono quasi sempre lanci d’urla. Fanno casino persino le ballate (non mancano: “End of the line”, “Road to hell”, “You lost me”, ben occultate dietro il muro di suoni saturi). Non c’è dubbio, gli Sleigh Bells vogliono suonare forte. Non stupisce che il New York Times  descriva così l’avvio di un loro concerto: «drums and riffs, some demonically heavy marching band» (l’articolo ha un titolo significativo: «Enjoying the sweet pains of success». Presenta anche l’album in streaming). Guarda caso, l’album si apre con il rumoreggiare di una folla in delirio incitata dalla cantante, mentre una chitarra distorta inizia un pezzo, “True shred guitar”, che si rivelerà un pandemonio. Gli Sleigh Bells vogliono attaccare l’ascoltatore, scuoterlo. Eppure, c’è una contraddizione anche in ciò. L’ha notata la Bbc: «Attraverso l’intero disco c’è una costante voglia di volumi alti, ma alla fine il risultato è pop puro, con un appeal di massa che va ben oltre la scenetta hipster che fa parte della (leggermente irritante) campagna di marketing del duo». Una campagna in cui nulla è lasciato al caso (e che di recente è finalmente approdata in tv, al Saturday Night Live), come dimostra la succitata copertina. E si sa che, quando si è davvero bravi, anche il marketing diventa un’arte.

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Un documentario per Bob Marley

«Mio padre non era solo un uomo ma un danzatore dello spirito. Bisogna toccare quella vibrazione e non è qualcosa che si può ottenere recitando». L’ha affermato Rohan Marley, uno dei (molti) figli di Bob, dal palco di una conferenza stampa a Berlino, dove il documentario sul padre è stato presentato nell’ambito del festival cittadino. Marley è stato diretto da Kevin Macdonald, il bravo regista de L’ultimo re di Scozia. Macdonald è un grande fan della star giamaicana, per lui il musicista più influente di tutti. E il film, autorizzato e supportato dalla famiglia del cantante, vuole innanzitutto essere un’iniziazione alla sua musica. Vista la stoffa del regista, c’è da fidarsi.

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Il rap e la Primavera Araba

Il rapper tunisino El Général

La primavera araba ha una colonna sonora ben precisa: il rap. L’hip hop arabo è giovane, come giovani sono i ribelli che in meno di un anno hanno scosso regimi che stavano in piedi da decenni. Nel 2011 si è espanso in modo virale, con grande velocità, ma prima di allora non era granché diffuso. I Paesi in cui aveva avuto più successo erano il Marocco e la Palestina (vedi il caso di Dave Kirreh, arabo di Gerusalemme Est, che canta non solo i problemi con gli israeliani ma anche le divisioni tra Fatah e Hamas). Eppure, nel giro di pochi mesi, l’hip hop è diventato il genere musicale più adatto a veicolare il malcontento della popolazione. Un malcontento molto concreto, fatto di «povertà, aumenti dei prezzi del cibo, blackout, disoccupazione, repressione poliziesca e corruzione politica» (elenco del New York Times): i giovani arabi, in pratica, non vedono altro. Da sempre. E con la crisi economica globale, la situazione non poteva non precipitare. «L’hip hop arabo è una musica di lotta», conferma Deeb, 27 anni, al secolo Mohammed El Deeb, rapper in azione al Cairo (quando non è impegnato nel suo lavoro di… analista finanziario!).

(Deeb feat. Edd – Stand up Egyptian)

Deeb è stato uno dei primi ad esibirsi in piazza Tahir, durante le proteste dello scorso anno. Ma il nome diventato più celebre è quello di un rapper tunisino: El Général. Hamada Ben Amor, 22 anni, originario di Sfax (la seconda città della Tunisia), nelle sue rime non ha mai risparmiato critiche al regime. Con “Rais LeBled” (“Capo di Stato”) si è rivolto direttamente a Ben Alì, cantandogli in faccia tutta la corruzione del suo apparato. Risultato: un blitz di 40 poliziotti per arrestarlo, a gennaio 2011, mentre nel resto del paese infuriava la repressione dei moti per l’aumento del prezzo dei generi alimentari. Ma l’arresto di El Général non è stata che un’ulteriore miccia per la protesta. E alla fine Ben Ali è caduto, mentre le canzoni di El Général sono diventate degli inni rivoluzionari.

Insomma, il rap come chiamata alle armi. Perché? Perché è un modo di esprimersi nuovo, vicino alla strada, e può convogliarne gli umori e le frustrazioni. Inoltre, fa notare il New York Times,  «il rap usa uno stile oratorio: i rappers raccontano in una maniera diretta che taglia fuori i sotterfugi politici. Rappando si può simulare un discorso politico o un’invettiva, convenzioni retoriche che sono generalmente inaccessibili alla gioventù marginale che forma la base di questo movimento». In Tunisia come in Libia, in Egitto come in Senegal (fenomeni simili stanno affiorando nell’Africa subsahriana), i rapper sono diventati quasi dei rappresentanti politici, e i giovani si fidano della loro voce. Ma se questa valenza assumerà ancora più consistenza, i rapper dovranno continuare a rifiutare di assumere i ruoli che finora sono stati disponibili nell’arena politica. Bisogna ricominciare da capo, in ogni contesto. In quello strettamente discografico, è già così: il rap arabo sbuca in modo virale da ogni social media, dalle suonerie dei telefonini, dagli mp3 e dai mixtape. In Libia, ad esempio – dove la scena hip hop è concentrata soprattutto intorno a Bengasi – si è quasi all’anno zero: secondo Buch Larsen di Freemuse (interpellato dalla Bbc), «per la maggior parte non ci sono manager, etichette, neanche il copyright. La musica è diffusa direttamente via internet, principalmente su YouTube, Facebook e Twitter. Questi musicisti sono sbucati dal nulla. Si godono l’improvvisa libertà di produrre musica in proprio e metterla poi nei media internazionali».

(Khaled M., figlio di dissidenti anti-Gheddafi, vive a Chicago. La canzone incoraggia i manifestanti «dalla Tunisia alla Libia, dal Bahrain allo Yemen»)

“Libertà” e “internazionale” sono due parole chiave. La studiosa americana Lara N. Dotson-Renta fa notare che non solo l’hip hop arabo ha aiutato a mobilitare gli attivisti nei Paesi coinvolti dai movimenti pro-democrazia, ma ha aiutato a cementare i collegamenti tra la diaspora delle comunità arabe in Occidente e le relative nazioni d’origine. L’esempio perfetto è Omar Offendum, uno dei rapper arabi più noti. Figlio di siriani, vive a Los Angeles. Assieme all’iracheno-canadese The Narcicyst, ha composto “#January 25th”, un brano incentrato sulle proteste che hanno portato alla deposizione di Mubarak. La canzone è stata prodotta dal palestinese-americano Sami Matar, e vi appaiono Ayah, cantante palestinese-canadese, e gli afro-americani Mc Freeway e Amir Sulaiman. Basta elencare questi nomi per dare un’idea del messaggio: uniamoci, in nome del regime change democratico, e faremo la differenza. Con l’aiuto di un beatbox, e delle parole in rima. «L’hip hop è vicino alla cultura araba», ricorda Deeb: «è basato sulla poesia, e gli Arabi amano la poesia».

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Afrobeats, il suono africano dell’underground inglese

Prendi Fela Kuti e ripensalo per i ragazzi di oggi, cresciuti con hip-hop, grime e funky house. Ne uscirà fuori l’Afrobeats, un misto di influenze rap occidentali e pop ghanese e nigeriano. «E’ il sound dell’Africa occidentale: i due paesi condividono molte idee. Per me, l’Afrobeat è musica che fa pulsare (beat) il cuore. Ed è funky, eccitata, energica e giovane», ha detto al Guardian DJ Abrantee, il musicista che ha coniato il termine Afrobeats (per scaricare il suo mix Afrobeats vol. 1 basta fare clic qui). In Gran Bretagna, la scena Afrobeats sta esplodendo. E’ considerata la miglior musica da ballo del momento. Accessibile a vari livelli, ma rimanendo in fondo puramente pop. Il gioco dell’applicazione di influenze occidentali alla musica africana non è nuovo. Fela Kuti, in ciò, è il predecessore più importante. La sua formula varcò i confini del continente nero per riscuotere consensi in mezzo mondo. Adesso il fattore chiave è la tecnologia, che favorisce lo scambio culturale tra America, Gran Bretagna e Africa. E gli stili africani si evolvono velocemente in relazione con ciò che succede in Occidente, grazie a internet. Tutto ciò ha avuto un effetto sorprendente nella relazione tra diverse generazioni di immigrati di colore in Uk. I figli chiedono ai genitori informazioni sulla loro musica, e si interessano alla collezione di dischi di mamma e papà. La loro cultura d’origine è diventata improvvisamente cool. E Dj Abrantee riceve tweet dai suoi fans che dicono «My mum loves you».

(Ps. Per la cronaca, chi scrive ritiene che Fela Kuti rimanga incomparabile ‘co ‘sta roba, che pure ha il suo valore sociale, come abbiamo appena detto).

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Grammy 2012: il trionfo di Bonny Bear e altre amenità

Justin Vernon, alias Bon Iver, Grammy winner

«Bon Iver won Grammy for Best Alt Album. Has indie music finally arrived?» si chiede in un tweet, non senza ironia, Hipster Runoff. Appena qualche settimana fa, il caso di Lana Del Rey dimostrava quanto sia fragile la distinzione tra il mainstream e il mondo alternativo. Bon Iver è un gruppo di culto, ma è riuscito ad arrivare alla seconda posizione della classifica di Billboard (l’anno scorso, all’uscita di Bon Iver, Bon Iver). Finora, l’album ha venduto meno di 400 mila copie negli Stati Uniti. Cifra rispettabile – visto lo stato morente del cd – per quanto infinitamente minore rispetto al successo di superstar come Lady Gaga.

In ogni caso, il nome di Bon Iver sembra essere sconosciuto a una larghissima fetta di pubblico. Lo dimostra il tragicomico tumblr Who is Bon Iver?, costruito su tanti, stupefatti status di Twitter. Tra gli indignati, oltre ai fan di Skrillex, abbondano quelli che storpiano in Bonny Bear il nome della band di Justin Vernon. Tanto che, nella notte, “Bonny Bear” è diventato un Twitter trend.

Punto centrale della serata è stata la celebrazione dei Beach Boys, finalmente riuniti. Il gruppo di Brian Wilson è, da decenni, circondato da un affetto e una stima universali. Eppure, la loro performance non sembra aver suscitato furore nei media. Sarà che farli suonare con Maroon 5 e Foster the people non è proprio un’idea grandiosa…

(per vedere un video completo, cliccate su Dailymotion)


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Quattro canzoni in libera uscita

Jack White ormai fa da solo. Persino la barba

A volte i gruppi entrano in fase di stallo, o semplicemente si prendono una pausa. Altre volte, la creatività di certi musicisti non ce la fa a stare compressa in una sola formazione: nascono così i side projects, solisti o collettivi.  Poi ci sono gli abbandoni, e in quel caso si ricomincia (quasi) da zero.

Cominciamo dal primo caso, incarnato da Lee Ranaldo, chitarrista dei Sonic Youth: “Off the Wall” è «roba nuova che suona vecchia, e buona», sintetizza Luca Sofri su Twitter.

Alla seconda categoria appartiene Daniel Rossen, componente di punta di Grizzly Bear e Department of Eagles. Ecco “Saint Nothing”: voce, pianoforte, delicati strumenti a fiato e poco altro per un brano sospeso, tutto d’atmosfera.

Daniel Rossen – Saint Nothing

Per la terza tipologia abbiamo due esempi. Cominciamo da Father John Misty, al secolo Josh Tillman, ex batterista dei Fleet Foxes. “Hollywood Forever Cemetary Sings” è sferragliante al punto giusto. Del rimasto del gruppo appena abbandonato non sembra esser rimasto molto.

Infine, una delle rentrée più attese, quella di Jack White. Il genietto dei fu White Stripes lancerà il suo primo album solista, Blunderbliss, a marzo. “Love Interruption” è il primo assaggio. Ha un bel sapore dilettantesco, di session fatta in casa rimasticando qualche blues classico. Vi accorgerete presto che l’ispirazione non è dissimile da quella della sua band storica.

Jack White – Love Interruption

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Piccola agenda milanese dei concerti – febbraio/marzo 2012

Tune Yards dal vivo

Qualche serata interessante a Milano e dintorni, nel prossimo mese e mezzo…

Maccabees – domenica 12 febbraio,  Magazzini Generali, € 18

Gruppetto indie londinese con vocazione danzereccia. Repertorio altalenante, ma lo show dovrebbe essere energico e divertente.

I Cani – venerdì 17 febbraio, Magazzini Generali, € 13,80

La sensazione italiana dell’anno. Si può discutere sulla qualità delle musiche, ma testi come quelli di “Le coppie” o “I pariolini di 18 anni” si possono solo ammirare per acutezza e originalità.

Nada Surf – giovedì 23 febbraio, Bloom (Mezzago), € 20

Unica data italiana per i veterani del rock alternativo newyorkese, in supporto del loro settimo album The stars are indifferent to astronomy, appena uscito.

St.Vincent – venerdì 24 febbraio, Tunnel, € 14,95

Ritorna Annie Clark dopo il sold out di qualche mese fa al teatro Dal Verme. Una sicurezza, come tra l’altro dimostrano varie apparizioni televisive.

Ivano Fossati – sabato 25 febbraio, Teatro degli Arcimboldi, da € 23

Dice che si ritira dalle scene: se fa sul serio, potrebbe essere l’ultima occasione per vederlo sul palco. Aldo Grasso ha prontamente sfottuto quest’annuncio un po’ vanitoso, non senza ragione.

Caparezza – lunedì 27 febbraio, Alcatraz (tutto esaurito)

Il rapper pugliese è uno dei più energici showman sulla piazza, e non a caso ha sbancato anche stavolta.

Raphael Saadiq – giovedì 1 marzo, Salumeria della musica, € 28

Un soulman in piena regola. Da noi è poco noto, ma Saadiq ha alle spalle collaborazioni con un bel po’ di pezzi grossi, da Stevie Wonder a John Legend. Effetto retrò assicurato.

Tune-Yards – domenica 4 marzo, Tunnel, € 17,25

Il suo ultimo album è, secondo molti (inclusi noi), uno dei migliori dell’anno passato. Dal vivo, se ne dicono meraviglie: Merrill Garbus è una sorta di carismatica one man band.

M83 – martedì 6 marzo, Magazzini Generali, € 20

Unica occasione in Italia, quest’anno, per vedere l’acclamato progetto electropop di Anthony Gonzalez. Nelle nostre cuffie funziona alla grande, sarà lo stesso dal vivo? I pezzi trascinanti di certo non mancano (a partire da “Midnight city”).

Wilco – giovedì 8 marzo, Alcatraz, € 28,75

Quando si dice “soldi ben spesi”. L’ultimo The whole love è il loro miglior disco da diversi anni a questa parte. Una delusione dal vivo è praticamente impossibile (ci sbilanciamo per affetto).

Franco Battiato – mercoledì 14 e giovedì  15 marzo, Teatro degli Arcimboldi, da € 29,90

I Subsonica ridanno popolarità al classico “Up patriots to arms”, e il maestro etneo non si lascia sfuggire l’occassione di farci altri soldini con un tour inaspettato. Portatevi gli amici scettici: Battiato sul palco è divertentissimo.

Mark Lanegan – sabato 25 marzo, Magazzini Generali

È un mondo difficile, ma se a ricordarcelo è Mark Lanegan siamo più disposti ad accettare storture e delusioni. Il fatto che nell’ultimo disco abbia voluto usare qualche suono sintetico in più del previsto non fa che aumentare la curiosità.

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