Barba, occhiali, berretto scuro e canzoni perfette. Lucio Dalla 1977-1981

1979

“Per cinque anni – e precisamente dal 1977 al 1981 – Lucio Dalla ha rasentato la perfezione, come forse mai nessuno nella musica leggera italiana prima e dopo di lui. Gli album Come è profondo il mare (1977), Lucio Dalla (1979) e Dalla (1980) – con il corollario del live Banana Republic (1979) in collaborazione con De Gregori e del mini-lp Dalla Q-Disc (1981) – testimoniano una creatività straripante e soprattutto una felicità assoluta; felicità intesa come gioia pura del cantare e fare musica, libido nell’atto creativo che magicamente lascia traccia di sé negli esiti: ascoltare Dalla, quel Dalla, migliora la qualità del tempo speso a farlo non tanto perché ci si sente intellettualmente sollecitati o perché si resta intrappolati dal potere incantatorio della musica, ma perché quelle note, quella voce sprigionano un’energia positiva davvero contagiosa. E questo, nonostante il mondo che lui racconta sia sempre sull’orlo della catastrofe” (Da Canzone Italiana, 1861-2011, storia e testi a cura di Leonardo Colombati)

Nel 1977 Lucio Dalla si separò da Roberto Roversi e, incoraggiato dalla stesso poeta, iniziò a scrivere i suoi versi. Prima creazione: “Com’è profondo il mare”, una delle due o tre più grandi canzoni italiane di sempre. Niente male per un esordiente, eh? Dalla la fece sentire all’amico Francesco Guccini, che rimase sbalordito: “Questa volta Lucio m’ha proprio steso“, commentò. Da lì, per quattro anni, fu un’ascesa continua, sia artistica che commerciale. All’inizio degli anni Ottanta, Dalla era il musicista più popolare d’Italia. Lo era diventato senza aver subissato il pubblico di melassa sentimentalista, e anzi proponendo canzoni con molti spunti d’originalità, attente alla vita reale ma animate da trasfigurazioni fantastiche. Aveva individuato una formula perfetta, che salvava la qualità artistica e aveva un appeal irresistibile per le masse. Glielo riconobbe lo stesso Fabrizio De André, affermando che Dalla era l’unico ad aver saputo combinare la scrittura cantautorale con la potenza di suono di un’ottima rock band. Non è un caso che abbia saputo parlare, con fascino intatto, alla generazione di chi scrive come a quella dei suoi genitori. Pensate a cosa sta in vetta alle classifiche oggi, e fatevi venire un brivido di tristezza.

1980

Gli album fondamentali sono tre. Com’è profondo il mare, nel 1977, inaugura il nuovo corso. Nel 1979 esce Lucio Dalla, che si potrebbe considerare il suo disco perfetto, un po’ come La voce del padrone per Battiato. L’anno dopo è la volta di Dalla: il gruppo è sempre più rodato e le sonorità sono più piene e metalliche, venate di scuro.  Queste canzoni sono a tutt’oggi una sorta di patrimonio collettivo, come ha dimostrato il momento di commozione seguito alla notizia della scomparsa del loro autore (l’avete vista la prima pagina della Gazzetta dello Sport?). Qui sotto, le nostre preferite: le magnifiche quindici, in ordine non cronologico.

1977

Com’è profondo il mare

Puro genio. «Un poema, uno sfavillio di colori, suoni, profumi, invenzioni, uno scatenamento della fantasia e della libertà più sfrenate. Una fantasia e una libertà che non sono mai fuga dalla realtà, ma un linguaggio nuovo per descriverla e comprenderla tutta» (Marco Travaglio).  Un unicum, un inedito assoluto nella storia della canzone: inutile cercare qualcosa che gli assomigli, negli anni precedenti e in quelli successivi.

L’anno che verrà

«C’è una certa amarezza che gira per la canzone, perché in fondo è una canzone che parla di noi: “sacchi di sabbia alla finestra”… Li mettono adesso: questo è il paese degli antifurti. È un discorso pessimista, in qualche modo; però c’è, alla fine, il riscatto: anche se l’anno prossimo sarà brutto, io ci voglio essere. È questa la novità» (Dalla). La colonna sonora perfetta per l’uscita dagli anni di piombo anche se la scintilla iniziale non ha nulla di politico, né di sociologico: Dalla la scrisse dopo aver letto La passeggiata di Robert Walser. Il riff di piano iniziale è uno dei più riconoscibili mai scritti, ed è direttamente associato all’immagine di Dalla: se lo sentite, vi viene subito in mente lui.

Disperato erotico stomp

Non c’è niente che non va, nella canzone goliardica per eccellenza, nata sulla spinta della libertà di linguaggi favorita dalla nascita delle radio libere. Secondo Dalla, rappresenta «la risposta a una sorta di moralismo della sinistra. Era l’epoca delle femministe (…). Io ho un rispetto sacro per l’essere umano, non per l’aspetto istituzionale di esso. Per cui “Disperato erotico stomp” era una canzone-provocazione sia nel linguaggio sia nella ragione stessa della canzone». Una volta ascoltata, non la dimentichi più. Certi passaggi del testo sono diventati, a loro modo, proverbiali. «Vinci se diventi riempimento automatico. L’aggiunta che vi vien spontanea a “nel centro di Bologna”, quella è Dalla» (Guia Soncini).

Quale allegria

Cosa significa «sprassolati»?  Dev’essere un termine dialettale bolognese. E chissà chi era Andrea,  uno dei tanti vinti dalliani, il poveraccio «ucciso quindici volte in fondo a un viale per quindici anni la sera di Natale». Poco importa, la melodia è indimenticabile e il senso della canzone è chiaro: la solitudine mai ammessa di tanti, l’angoscia del tran tran quotidiano, l’orrore della routine e della socialità “normale”, «insomma fare finta che sia sempre un carnevale», anche quando si è su un palco e si ha successo.

Cosa sarà

«Cosa sarà che ci fa lasciare la bicicletta sul muro/e camminare la sera, con un amico,
a parlar del futuro?» Domande esistenziali poste con una irrinunciabile ironia, e un bel cammeo di Francesco De Gregori.

Tango

Violino, fisarmonica e una bellissima serie di immagini che assomigliano a un film ambientato nel dopoguerra (quel cielo che da nero sta per diventare rosso non è certo un evento atmosferico…). Ricompare Torino e fanno capolino i treni, presenze ricorrenti nelle canzoni di Dalla. Certi dettagli, certe figure sono davvero fini. «Quella donna che tangava con furore nei locali della croce rossa/fuori era la guerra/nel suo cuore nel suo cuore tanto tango/da unire il cielo con la terra». Oppure il bambino: «Poi arrivati a Torino/ ci siamo commossi in tanti per quel tango/ballato dal bambino./Col coltello fra i denti e i fiori in mano/ballava con aria di questura, l’occhio lontano». 

Cara

«Quanti capelli che hai, non si riesce a contare/sposta la bottiglia e lasciami guardare/se di tanti capelli ci si può fidare…» Forse la canzone più amata dalle donne, e una delle più condivise nei social network in queste ore.

Il cucciolo Alfredo

Bozzetto natalizio milanese, di una tenerezza quasi ricattatoria ma non privo d’ironia: come giustamente ricorda Luca Sofri, «contiene l’equivalente musicale del famoso monologo sulla corazzata Potëmkin di Fantozzi: “la musica andina, che noia mortale: sono più di tre anni che si ripete sempre uguale”».

Futura

L’amore postmoderno, ai tempi della guerra fredda. Ha una struttura originale, con tanto di intermezzo sessual-musicale in stile funky: una cosa che nel 99% dei casi riesce ridicola, e che invece qui si salva, anche grazie alla luna che diventa «una sottana americana».

Balla balla ballerino

«Balla al mistero, in questo mondo che brucia in fretta quello che ieri era vero, dammi retta non sarà vero domani». Trascinante, anche in assenza di certezze.

Anna e Marco

Una favola di periferia, forse la canzone più romantica di Dalla. «Cinema in miniatura, coi due giovani protagonisti che “vivono in periferia il disagio della loro condizione esistenziale, apparentemente senza futuro e destinata a risucchiarli in una vita fatta di routine e fughe in città il sabato sera, per sognare una ipotetica America, simbolo di una dimensione di vita diversa e più gratificante. “Ma l’America è lontana, dall’altra parte della luna” e allora conviene cercare di cambiare almeno qualcosa, visto che non si può cambiare per intero la direzione della propria vita; e quale miglior cambiamento che iniziare una storia d’amore, proprio loro due, Anna e Marco?”» (Colombani).

La sera dei miracoli

Inno nottambulo, scritto da Dalla dopo aver fatto le ore piccole girando in Vespa, completamente sbronzo, nel centro di Roma.

Telefonami tra vent’anni

L’ultima grande ballata dalliana di quegli anni. A malapena comprensibile. Ma irresistibile. Su uno sfondo cosmico vorticano immagini stravaganti: una mongolfiera in volo che «cancella dalla memoria tutto quanto il passato, anche le linee della mano»; il cantante «vestito da torero con una torta in mano»; un telefono che suona alle porte dell’universo… tutto è proiettato nel futuro, da raggiungere «ognuno con i suoi mezzi, magari arrivando a pezzi, su una vecchia bicicletta da corsa, con gli occhiali da sole e il cuore nella borsa». Dettagli ironici, anche buffi, per arrivare alla fine a definire la primavera «inquietante». Chapeau.

Milano

L’omaggio definitivo alla capitale lombarda, a ritmo di bossa nova. «Ragionavo in termini visivo-letterali, anziché musicali: scrivevo quello che “provavo”». Il foglio con il testo di questa canzone, per lui  «un’icona della memoria», Dalla se l’è portato appresso per anni, assieme a un’agenda che racchiudeva gli appunti del periodo.

L’ultima luna

Dalla ricordava di leggere molta letteratura fantastica a quell’epoca, con Philip K. Dick in testa. Probabilmente c’entra qualcosa con gli scenari apocalittici di questo pezzo, «un mondo al suo ultimo giorno con le scimmie per strada, signori eleganti con le orecchie insanguinate» (Colombani).

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One Response to Barba, occhiali, berretto scuro e canzoni perfette. Lucio Dalla 1977-1981

  1. Antimo says:

    Bellissimo riassunto di un grandissimo della Musica Italiana (nota la M maiuscola!) :)!

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