Sleigh Bells: “Reign of terror”

Se volete avere un’idea precisa degli Sleigh Bells, l’immagine di copertina del loro secondo album vi aiuta quanto e più della musica. È tutto lì, in quel paio di Keds (non una marca a caso) insanguinate. Violenza, e contraddizioni violente. Un’idea che parte sin dal nome del gruppo:  campanelli della slitta (di Babbo Natale, presumiamo) che emettono frequenze urticanti. Nelle canzoni, nella brutalità sonora del noise pop, il concetto è altrettanto chiaro. Potenti riff di chitarra che vanno a sbattere contro beat marziali. Testi duri pronunciati con (relativa) dolcezza, mentre i cori sono quasi sempre lanci d’urla. Fanno casino persino le ballate (non mancano: “End of the line”, “Road to hell”, “You lost me”, ben occultate dietro il muro di suoni saturi). Non c’è dubbio, gli Sleigh Bells vogliono suonare forte. Non stupisce che il New York Times  descriva così l’avvio di un loro concerto: «drums and riffs, some demonically heavy marching band» (l’articolo ha un titolo significativo: «Enjoying the sweet pains of success». Presenta anche l’album in streaming). Guarda caso, l’album si apre con il rumoreggiare di una folla in delirio incitata dalla cantante, mentre una chitarra distorta inizia un pezzo, “True shred guitar”, che si rivelerà un pandemonio. Gli Sleigh Bells vogliono attaccare l’ascoltatore, scuoterlo. Eppure, c’è una contraddizione anche in ciò. L’ha notata la Bbc: «Attraverso l’intero disco c’è una costante voglia di volumi alti, ma alla fine il risultato è pop puro, con un appeal di massa che va ben oltre la scenetta hipster che fa parte della (leggermente irritante) campagna di marketing del duo». Una campagna in cui nulla è lasciato al caso (e che di recente è finalmente approdata in tv, al Saturday Night Live), come dimostra la succitata copertina. E si sa che, quando si è davvero bravi, anche il marketing diventa un’arte.

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