Il rap e la Primavera Araba

Il rapper tunisino El Général

La primavera araba ha una colonna sonora ben precisa: il rap. L’hip hop arabo è giovane, come giovani sono i ribelli che in meno di un anno hanno scosso regimi che stavano in piedi da decenni. Nel 2011 si è espanso in modo virale, con grande velocità, ma prima di allora non era granché diffuso. I Paesi in cui aveva avuto più successo erano il Marocco e la Palestina (vedi il caso di Dave Kirreh, arabo di Gerusalemme Est, che canta non solo i problemi con gli israeliani ma anche le divisioni tra Fatah e Hamas). Eppure, nel giro di pochi mesi, l’hip hop è diventato il genere musicale più adatto a veicolare il malcontento della popolazione. Un malcontento molto concreto, fatto di «povertà, aumenti dei prezzi del cibo, blackout, disoccupazione, repressione poliziesca e corruzione politica» (elenco del New York Times): i giovani arabi, in pratica, non vedono altro. Da sempre. E con la crisi economica globale, la situazione non poteva non precipitare. «L’hip hop arabo è una musica di lotta», conferma Deeb, 27 anni, al secolo Mohammed El Deeb, rapper in azione al Cairo (quando non è impegnato nel suo lavoro di… analista finanziario!).

(Deeb feat. Edd – Stand up Egyptian)

Deeb è stato uno dei primi ad esibirsi in piazza Tahir, durante le proteste dello scorso anno. Ma il nome diventato più celebre è quello di un rapper tunisino: El Général. Hamada Ben Amor, 22 anni, originario di Sfax (la seconda città della Tunisia), nelle sue rime non ha mai risparmiato critiche al regime. Con “Rais LeBled” (“Capo di Stato”) si è rivolto direttamente a Ben Alì, cantandogli in faccia tutta la corruzione del suo apparato. Risultato: un blitz di 40 poliziotti per arrestarlo, a gennaio 2011, mentre nel resto del paese infuriava la repressione dei moti per l’aumento del prezzo dei generi alimentari. Ma l’arresto di El Général non è stata che un’ulteriore miccia per la protesta. E alla fine Ben Ali è caduto, mentre le canzoni di El Général sono diventate degli inni rivoluzionari.

Insomma, il rap come chiamata alle armi. Perché? Perché è un modo di esprimersi nuovo, vicino alla strada, e può convogliarne gli umori e le frustrazioni. Inoltre, fa notare il New York Times,  «il rap usa uno stile oratorio: i rappers raccontano in una maniera diretta che taglia fuori i sotterfugi politici. Rappando si può simulare un discorso politico o un’invettiva, convenzioni retoriche che sono generalmente inaccessibili alla gioventù marginale che forma la base di questo movimento». In Tunisia come in Libia, in Egitto come in Senegal (fenomeni simili stanno affiorando nell’Africa subsahriana), i rapper sono diventati quasi dei rappresentanti politici, e i giovani si fidano della loro voce. Ma se questa valenza assumerà ancora più consistenza, i rapper dovranno continuare a rifiutare di assumere i ruoli che finora sono stati disponibili nell’arena politica. Bisogna ricominciare da capo, in ogni contesto. In quello strettamente discografico, è già così: il rap arabo sbuca in modo virale da ogni social media, dalle suonerie dei telefonini, dagli mp3 e dai mixtape. In Libia, ad esempio – dove la scena hip hop è concentrata soprattutto intorno a Bengasi – si è quasi all’anno zero: secondo Buch Larsen di Freemuse (interpellato dalla Bbc), «per la maggior parte non ci sono manager, etichette, neanche il copyright. La musica è diffusa direttamente via internet, principalmente su YouTube, Facebook e Twitter. Questi musicisti sono sbucati dal nulla. Si godono l’improvvisa libertà di produrre musica in proprio e metterla poi nei media internazionali».

(Khaled M., figlio di dissidenti anti-Gheddafi, vive a Chicago. La canzone incoraggia i manifestanti «dalla Tunisia alla Libia, dal Bahrain allo Yemen»)

“Libertà” e “internazionale” sono due parole chiave. La studiosa americana Lara N. Dotson-Renta fa notare che non solo l’hip hop arabo ha aiutato a mobilitare gli attivisti nei Paesi coinvolti dai movimenti pro-democrazia, ma ha aiutato a cementare i collegamenti tra la diaspora delle comunità arabe in Occidente e le relative nazioni d’origine. L’esempio perfetto è Omar Offendum, uno dei rapper arabi più noti. Figlio di siriani, vive a Los Angeles. Assieme all’iracheno-canadese The Narcicyst, ha composto “#January 25th”, un brano incentrato sulle proteste che hanno portato alla deposizione di Mubarak. La canzone è stata prodotta dal palestinese-americano Sami Matar, e vi appaiono Ayah, cantante palestinese-canadese, e gli afro-americani Mc Freeway e Amir Sulaiman. Basta elencare questi nomi per dare un’idea del messaggio: uniamoci, in nome del regime change democratico, e faremo la differenza. Con l’aiuto di un beatbox, e delle parole in rima. «L’hip hop è vicino alla cultura araba», ricorda Deeb: «è basato sulla poesia, e gli Arabi amano la poesia».

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