Il caso Lana Del Rey

Si può evitare di parlare di Lana Del Rey? No, pare che non si possa. Eppure su DueAccordi ne siamo stati alla larga il più a lungo possibile, seguendo un principio semplice: c’interessa soltanto la qualità della musica, e (quasi) nulla di quello che c’è intorno. Ma, inutile negarlo, anche il contorno ha una sua rilevanza. Dobbiamo allora ammettere che la discussione su Lana Del Rey ha assunto tratti interessanti, per quanto slegati dal dibattito sulla consistenza artistica. E ha rivelato i limiti della blogosfera che si muovo intorno alla musica indipendente.

A ben vedere, il problema non è l’autenticità di Lana del Rey. La costruzione di una stage persona e le operazioni di marketing connesse sono antiche quanto lo showbiz. Lana Del Rey ha parlato di sé e della sua musica in questi termini: «Hollywood sadcore», «Lolita persa nel bosco», «La versione gangster di Nancy Sinatra». Definizioni così sono funzionali a un concept su cui impostare un personaggio (e acquistano suggestione se quest’ultimo crea buone canzoni). Semmai, problematica è l’autenticità del mondo indipendente. Lana Del Rey non è un mostro di talento. Molti sconosciuti senza mezzi probabilmente sì. Sono loro ad aver bisogno dell’hype machine indie. La quale, purtroppo, da cane da guardia della dittatura delle major si è trasformato in cane da riporto. Chi ha pianificato l’operazione Lana Del Rey non ha fatto altro che applicare, con abilità sopraffina, i criteri del marketing virale al mondo indie, mandando quest’ultimo in tilt.

Il punto forse più alto dell’operazione è stato raggiunto quando Carles, il misterioso blogger che manda avanti Hipster Runoff, si è accorto di essere rimasto intrappolato in un corto circuito che svelava la sua riduzione a content farmer, un mero produttore di contenuti per un gigantesco meccanismo mediatico. Prendendo in giro pesantemente Lana Del Rey, non faceva altro che aumentare l’attenzione mediatica su di lei. Più la demoliva, più le dava importanza, mentre i contatti di Hipster Runoff crescevano di pari passo con l’offensiva contro la cantante. Un vortice che ha portato Carles alla crisi – racchiusa in un tweet di una sola parola: «HELP» – e alla folle resa, sotto forma di una homepage rinominata Lana Del Report.

 Lana Del Rey si è quindi rivelata un fenomeno mediatico di tutto rispetto. Prima ancora di aver pubblicato un album, ha esperito tutto le fasi della fama: dall’ascesa all’esaltazione alla caduta in disgrazia, al successo discografico. Non sarebbe stato possibile in un’epoca senza internet: perlomeno, non con questa velocità e con le stesse proporzioni. In questo senso, è un caso di scuola, da studiare per sociologi e pubblicitari. I numeri del successo li potete leggere in una splendida infografica dell’NME. Quanto al fenomeno musicale, beh, quello è tutta un’altra storia. Born to die non creerà influenze di genere, né di altro tipo. È un album che cerca piuttosto di prendere ispirazione qua e là, talvolta in maniera un po’ goffa. La mistura di «archi drammatici stesi su beats rubati al trip hop (…) e misuratissimi inserti elettronici appena percettibili» non sembra in grado di durare granché nel tempo, sebbene l’insieme risulti abbastanza coerente e non manchino le canzoni buone – “Video games” su tutte. Così, alla fine, Born to die sembra essere soltanto «una collezione di torch songs senza fuoco» (Pitchfork). Davvero troppo poco per definire grande un album.  


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