il ritorno di Leonard Cohen: “Old ideas”

Nuove canzoni, vecchie idee. Musiche eleganti, testi di spessore, e quella voce profondissima, veicolo di sensualità e mistero. Sì, stiamo volando troppo alto e rischiamo il ridicolo, ma abbiamo un motivo per farlo. Il poeta è tornato. Leonard Cohen interrompe oggi un silenzio che durava da otto anni (Dear Heater, 2004) e pubblica una raccolta di canzoni inedite. Titolo: Old ideas. Un album ispirato che, pur senza arrivare alle vette toccate nei primi anni di carriera, è forse il migliore dai tempi di I’m your man (1988). Una felice sorpresa che nessuno aspettava più.

Un ritratto recente di Cohen sul palco

Old ideas, guarda caso, è pieno di vecchi temi coheniani. Kitty Empire dell’Observer li elenca e specifica: «Old Ideas non è tutto sulla morte, il tradimento e Dio, per quanto interessanti siano. Come suggerisce il titolo, è più sulle cose che ha reso Cohen indispensabile per sei decenni: desiderio, rimpianto, sofferenza, misantropia, amore, speranza. E sul cantare tutto ciò». Cohen ci gioca da tutta la vita (e ne è consapevole: voleva intitolare Old ideas anche Dear Heater). Eppure, scrivere non gli viene facile. Certo, non può rinunciare a scrivere versi. Ma le canzoni sono un affare diverso.«La poesia viene prima di tutto», ha spiegato a Peppe Videtti di Repubblica. «Solo raramente i versi diventano canzoni. Per buona volontà di amici o della mia compagna Anjani». Va ricordato che Cohen è tornato in attività per via dei soldi rubatigli dall’ex manager. Una volta back on the road, con un tour che ha fatto registrare trionfi ovunque, ha ripreso anche a comporre. «Non sempre scrivere è un lusso, qualche volta è una necessità. E le assicuro che il poeta non vive in una comfort zone in quest’epoca in cui si parla per slogan».  Le ambizioni di Cohen sono più alte: uno slogan non può bastare, mai. «Mi piace lavorare su una canzone finchè gli slogan, per quanto belli, e per quanto significative siano le idee che esprimono, non si dissolvono nelle più profonde convinzioni del cuore», ha detto al Guardian (che sul sito offre l’album in streaming). «Questa è la mia esperienza. Tutto quello che ho da mettere in una canzone è la mia esperienza».

Ecco allora l’ispirazione religiosa di tante melodie (Cohen è stato per anni in ritiro presso un monastero buddista). Il gospel e il soul tingono buona parte dei pezzi. Tra gli altri, assomigliano a veri e propri spiritual l’iniziale “Going home” (con dichiarazione d’intenti: «He wants to write a love song/ An anthem of forgiving/ A manual for living with defeat/ A cry above the suffering/ A sacrifice recovering»), la ballata pianistica “Show me the place” («Show me the place where the word became a man/Show me the place where the suffering began») e l’inno “Come healing” («Behold the gates of mercy/In arbitrary space/And none of us deserving/Of cruelty or the grace»), dove tanto rilievo hanno le voci femminili cui, da tempo, Cohen lascia con piacere la scena. E una delle canzoni più belle s’intitola “Amen” («Tell me again when the day has been ransomed/And the night has no right to begin/Try me again when the angels are panting/And scratching at the door to come in»). Ma il fascino della musica non finisce qui. Dietro la voce bassa e roca, gli arrangiamenti sono sobri, i toni sommessi. Messi quasi del tutto da parte i synth (era ora!), Cohen e i suoi collaboratori – tra cui spicca Patrick Leonard, produttore di Madonna ai tempi di “Who’s that girl” e “La isla bonita” (!)- hanno cucito per Old ideas una veste sonora in linea con la tradizione popolare americana, con melodie blues, gipsy, persino doo-wop intessute da slide, mandolini, organi, violini, chitarre acustiche.

 

Show me the place

Cohen affronta argomenti di peso, per niente consolatori, grazie a un’indefessa sincerità. Apre il disco partendo da se stesso, con ironia: «I love to speak with Leonard/He’s a sportsman and a shepherd/He’s a lazy bastard/Living in a suit», canta nella prima strofa di “Going Home”. «Sono rimasto il Leonard che ero. Non hanno sempre detto che le mie canzoni sono autoindulgenti e mosse da un istinto suicida?» dice a Videtti. Qui, tra l’altro, Cohen  sfotte un luogo comune che lo insegue da sempre, anche quando su di lui si scrivono cose giuste. Un esempio?  Graziella Balestrieri sul Foglio lo definisce così: «È portavoce della tristezza e della solitudine. È uno scrittore che non veste un abito ma si strappa la pelle di dosso, perché sotto deve pur esistere altro, anima, cuore, cellule e microscopici nervi». E da queste scoperte non bisogna lasciarsi uccidere. Il successo è la sopravvivenza, ripete Cohen nelle interviste. Difficile proiettarsi in avanti, credere nel futuro o idealizzare il passato, per un uomo di 77 anni: «I’ve got no future/I know my days are few/The present’s not that pleasant/Just a lot of things to do/I thought the past would last me/But the darkness got there too» (da “Darkness”). E nel presente, l’amore è una follia, la cui necessità rimane misteriosa:  «I had to go crazy to love you /You who were never the one/Whom I chased through the souvenir heartache /Her braids and her blouse all undone./Sometimes I’d head for the highway/I’m old and the mirrors don’t lie/But crazy has places to hide in/That are deeper than any goodbye» (da “Crazy to love you”, meraviglioso pezzo che riporta al primo Cohen, armato soltanto di chitarra acustica).

Ci sarebbe da spaventarsi davanti a tanto dubbio. Ma è importante non prendere nulla troppo sul serio. «Una canzone operano a tanti livelli. Opera al livello in cui si parla di dove è andato il tuo cuore, ma è anche utile mentre lavi i piatti o pulisci casa. E come sottofondo per i corteggiamenti», ironizza il vecchio canadese. Conviene dargli retta. Ed ammirare la sua ritrovata vitalità.

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