The Black Keys: “El Camino”

“Sugar-heavy music

È Riccardo Bertoncelli a fare un piccolo riassunto delle lodi che hanno accompagnato l’uscita di El Camino: «“esageratamente godibile”, “poche rock band sanno farlo meglio”, “undici potenziali singoli da primo posto in classifica”, perfino “il ritorno degli ZZ Top con un po’ di glitter nelle barbe” (questo però chissà se è un complimento)». Però lui non è convinto. L’ultima fatica dei Black Keys gli sembra «un album per tutte le stagioni, gradevole e ambiguo, accattivante ma innocuo (il “ma” significa che vorremmo sempre un rock scomodo e inquietante, che ci turba nelle nostre certezze, che riesce a portarci in mondi che non avremmo mai immaginato)». Ancora più critico Ernesto Assante, altro fan della prima ora nonché musicologo di Repubblica, il quale disegna per i Black Keys un destino già seguito da tanti altri: «come spesso accade ai gruppi che sono “sul punto di diventare famosi”, i Black Keys hanno fatto una scelta “pop” per venire incontro in parte alla loro anima e in parte alle esigenze della discografia. L’album è divertente, il rock è potente, i riff si susseguono uno dopo l’altro e, pian piano, entrano nella testa e accompagnano la giornata. Ma non c’è quasi più nulla del fascino dei dischi precedenti, poche sono le sorprese, ancor meno le emozioni. Del buon divertimento rock, ben costruito, ben fatto, ben suonato». Insomma, un prodotto professionale ma senz’anima. Assante ha centrato la parola chiave: divertimento. Probabilmente la diagnosi dei due decani del giornalismo rock italiano sulla reale qualità di El Camino è azzeccata. Eppure, quanto divertimento! Ce n’è davvero in quantità industriale. E nei concerti sarà ancora maggiore. Le canzoni sembrano esser state create per rallegrare le arene in cui il gruppo suonerà, scrive il Chicago Tribune, dandone una descrizione efficace: «El Camino è fatto per l’appagamento istantaneo: riff di chitarra, battiti di mano, beats mostruosi, parti vocali da singalong senza parole, e ancora altri riff di chitarra». C’è n’è abbastanza per accontentarvi senza provare troppa vergogna (e a noi, per dirla tutta, piace di più del precedente Brothers).

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