Okkervil River: “I am very far”

“It’s Kafka meets Mahler at the hipster club

Molto lontano. Lontano da dove? Dal passato, certo. I am very far rappresenta una svolta nella carriera degli Okkervil River. Se la direzione di questo cambiamento sia giusta o meno, però, è da vedere. Il dibattito, perlomeno tra i fan, è aperto, nonostante la stampa (basta controllare su Metacritic) abbia apprezzato l’album. Che sorgano dubbi è il minimo, vista la qualità che la band aveva raggiunto da Black sheep boy (2005) in poi. Ma evolversi è naturale, e gli Okkervil River hanno cambiato pelle già più d’una volta. «Per ogni disco cerco di avere un approccio differente, per sentire che vado avanti», ha dichiarato Will Sheff, leader e autore del gruppo americano, spiegando il suo metodo: darsi, di volta in volta, regole ed obiettivi. E poi dismetterli a lavoro finito, per non rimanere sepolto da essi. Quindi, bando alla nostalgia. La portentose soluzioni stilistiche di Black Sheep Boy, The Stage Names e The Stand Ins sono alle spalle.

Il nuovo sound degli Okkervil River è opera di uno Sheff sempre più smaliziato, curioso e sicuro di sé. La sicurezza gli viene dalla stima crescente che il suo lavoro ha raccolto negli ultimi anni. Sheff, tra l’altro, ha lavorato come autore per Norah Jones e come produttore, ottenendo egregi risultati con True love casts all evil, in cui mise gli Okkervil River a disposizione del pionere della psichedelia Roky Eckerson, per un ritorno sulle scene sorprendente e apprezzato (Eckerson ha avuto problemi di salute mentale e non incideva musica da 14 anni). I suoni di quell’album anticipano in parte quelli di I am very far. Lavorando col veterano Eckerson, Will è stato contagiato da «un’energia caotica e potente» che ha poi nutrito ogni idea per le sue nuove canzoni. Sheff, in ogni caso, non aveva alcuna voglia di compiacere il pubblico. Semmai era interessato a compiacere se stesso, inseguendo la propria musa in solitudine. Così, ecco un nuovo tipo di testi: non più le rivisitazioni letterarie dei miti dello shobiz rock, ma oscuri paesaggi mentali, qualcosa che viene dal subconscio e che possa colpire gli ascoltatori a un livello sotterraneo. Ed ecco, sul versante strettamente musicale, le inedite sperimentazioni in studio, dove Sheff ha voluto coinvolgere un gran numero di musicisti (l’apertura di “We need a myth” è suonata da 45 chitarre acustiche!), spesso facendoli suonare nello stesso momento. A Will Sheff non manca l’ambizione. Non è mai mancata.

Il risultato è senz’altro spiazzante per chi segue gli Okkervil River da tempo, ma potrebbe convincere qualche nuovo ascoltatore, visto che dopotutto I am very far lascia l’impronta folk rock molto sullo sfondo, apparendo più contemporaneo di qualsiasi altro lavoro della band. Sul domenicale del Sole 24 ore, Christian Rocca sosteneva che gli Okkervil River di I am very far sono «una via di mezzo tra i Wilco e gli Arcade Fire». Una semplificazione giornalistica, ma non lontana dalla realtà. Gli arrangiamenti sono ricchi e sfaccettati. A volte fin troppo: un pezzo delicato come “The rise”, che ha il ruolo di gran finale, a tratti sfiora il pretenzioso. E in tracce come “White shadow waltz” o “Show yourself”, il vestito sonoro sembra contare più della scrittura compositiva. Ogni tanto, la teatralità della voce di Sheff tende a tracimare (su “We need a myth” o in “Mermaid”, ad esempio).  Ma in mezzo a tanta enfasi si trovano ancora canzoni memorabili. La potente “Rider”, ottima anche dal vivo; “Hanging from a hit”, una marcia delicata, forse la più in linea con i successi del passato; il walzer esagerato di “Wake and be fine”; la luminosa “Your Past Life As a Blast”, da qualcuno definita «the most songwriterly song» dell’album.

Okkervil River – Rider

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