Bob Dylan dalla A alla Z

[Oggi Bob Dylan e Mark Knopfler suonano a Milano, come sa la gran parte delle persone che arrivano a dare un’occhiata a questo blog (stando alle statistiche). Per l’occasione, pubblichiamo un piccolo manuale di devozione al grande padre del cantautorato moderno].

Dylan ha cessato da tempo di essere un semplice artista. Ormai è una geografia, un universo semiotico, un’intera cultura concentrata in un singolo performer (meno uno scrittore che una letteratura, come Borges diceva di Quevedo), un’infinita partita a scacchi tra la parola e la voce. Non c’è bisogno di ascoltarlo qualunque cosa faccia, lo si può giocare anche a mente, anzi ci sono stati momenti in cui era meglio non ascoltarlo affatto (…). Ma qualunque cosa canti, e comunque la canti, non dà mai l’impressione di essere nata tra quattro mura, non tradisce mai un’origine claustrofobica. Anche quando dà il peggio di sé, Dylan si rifiuta di essere mediocre. Proprio perché non teme né di sbagliare né di deludere, ha ancora addosso l’odore della libertà.” (Alessandro Carrera)

Il Bobzionario

A [ ei ] come Alias. E’ il nome del personaggio interpretato da Dylan in Pat Garrett & Billy the Kid di Sam Peckimpah (1973), film per cui compose anche la colonna sonora, che contiene “Knockin’ on heaven’s door”. E’ anche il miglior pseudonimo per Bob, icona della mutazione continua. Per dirla con le sue stesse parole: «Mi alzo e sono una persona, e quando vado a letto so per certo di essere qualcun altro. Il più delle volte non so chi sono». Eppure, «tutto ciò che posso fare è essere me stesso. Chiunque io sia». Come la mettiamo? Altri pseudonimi made in Bob: Robert Milkwood Thomas, Tedham Porterhouse, Blind Boy Grunt,  Elston Gunnn (da adolescente, quando faceva il pianista in gruppi rock’n’roll). Negli ultimi dischi, da produttore, si firma Jack Frost.

B [ bi: ] come Bibbia. «Sarebbe troppo poco dire che Dylan legge la Bibbia, cita dalla Bibbia, si fa ispirare dalla Bibbia. Dylan è letteralmente attraversato dalla Bibbia, annega nella Bibbia e con la Bibbia risorge alla superficie. Non c’è quasi allusione oscura nelle sue canzoni che non sia riconducibile a un riferimento biblico» (Alessandro Carrera). Il libro sacro si è rivelato sempre una buona fonte, tanto negli esordi di protesta dei primi anni Sessanta quanto nella svolta da cristiano rinato alla fine dei Settanta. E a tutt’oggi, Bob si definisce come un uomo profondamente spirituale.

C [ si: ] come Chronicles volume One, l’autobiografia pubblicata nel 2004.  In puro stile dylaniano, il libro non segue un ordine cronologico ma va avanti e indietro tra dischi e ricordi, attraverso «Un melodioso fiume di parole, un occhio che risale infallibilmente il tempo e ogni tanto si fa microscopio». Dylan l’ha scritta «con una vecchia macchina da scrivere e la leva del maiuscolo sempre inserita. Un sacco di errori, refusi, citazioni sbagliate».

In Italia l’ha pubblicato Feltrinelli (anche l’editore è un fan)

D [ di: ] come Droghe. L’ultimo scoop riguarda una presunta dipendenza da eroina, confessata dal cantante al suo biografo Robert Shelton negli anni Sessanta. Non si è capito bene perchè Shelton abbia aspettato quarant’anni per tirare fuori questa storia. Forse perchè è il primo a notarne la scarsa attendibilità, sottolineata da quasi tutti gli osservatori. In ogni caso, senza droghe, non sarebbe lo stesso rock’n’roll. Dylan non fa eccezione. Leggenda vuole che sia stato lui ad iniziare i Beatles alla cannabis – coi fantastici risultati che sappiamo. Non sempre le cose sono andate per il verso giusto (quello creativo). I filmati del tour del 1966 mostrano un Bob sempre più distrutto. All’epoca ci andava pesante con lsd e chissà quali altre sostanze. Del resto, l’aggettivo più appropriato per molte delle sue canzoni dell’epoca è “lisergico”. Dieci anni dopo, tra le quinte della Rolling Thunder Revue, scorreranno fiumi di cocaina.

E [ i: ] come Elettricità. La popolarità del Dylan cantastorie acustico non accenna a diminuire. Ma attaccare la spina fu una rivoluzione. Ricorda l’Indipendent che «l’unione dylaniana di musica rock e alfabetizzazione folk in realtà preparò il progetto per l’intero esperimento della controcultura».

Maggie’s Farm (live at Newport, 1965)

F [ ef ] come Folk. Sempre l’Indipendent: «ha riscattato la musica folk dal dominio di ragazzi barbuti in maglioncini a trecce che facevano fantasie sull’essere marinai o soldati. In effetti, c’era già un elemento topico nel songwriting della folk music prima dell’arrivo di Dylan, esemplificato da Woody Guthrie e Pete Seeger, ma prima che lui ne democratizzasse la formula, il folk era perlopiù il dominio di sofisticati middle-class in cerca di qualche più “autentica” fuga dal conformismo dell’America suburbana dei tardi anni Cinquanta».

G [ d§i: ] come Guthrie, Woody, il “Dust Bowl Trobadour”, l’eroe folk che suonava la chitarra con la scritta “this machine kills fascists”. In gioventù, Dylan non voleva far altro che assomigliare a lui:  «promisi a me stesso che sarei stato il suo più grande discepolo», racconta, considerandolo «la vera voce dello spirito americano», nei cui brani ritrovava tutta l’umanità. Gli dedicò anche una canzone, “Song to Woody” e una poesia, “Last thoughts on Woody Guthrie”. Il suo primo viaggio a New York, disse una volta, lo fece per andare a trovare Woody in ospedale. Si conobbero così, uno steso a letto e l’altro seduto accanto, a suonare. Guthrie però stava molto male, e non riconobbe il ragazzo Bob nella sua ultima visita.

Woody Guthrie

H [ eit| ]  come Highway 61. C’è un motivo per cui quello che è «uno dei due o tre più grandi album di rock’n’roll mai fatti» (Greil Marcus) è intitolato all’autostrada che taglia gli Usa dal Minnesota a New Orleans: la route 61 è la “blues highway”, che costeggia il Mississippi e passa in città come Memphis e Baton Rouge, vicino ai luoghi natali di personaggi del calibro di Elvis Presley, Muddy Waters e Charley Patton. Leggenda vuole che Robert Johnson abbia venduto l’anima al diavolo proprio all’incrocio tra l’autostrada 61 e la 49. Scrive Dylan: «Highway 61, the main thoroughfare of the country blues, begins about where I began. I always felt like I’d started on it, always had been on it and could go anywhere, even down in to the deep Delta country. It was the same road, full of the same contradictions, the same one-horse towns, the same spiritual ancestors…. It was my place in the universe, always felt like it was in my blood» (Chronicles).

I [ ai ] come I am not there, il biopic allegorico firmato da Todd Haynes, uno dei migliori giovani registi americani. Haynes scinde Dylan in sei personaggi, interpretati da altrettanti attori. Tra loro, un bambino afroamericano e Cate Blanchett, mostruosamente brava nei panni di Jude Quinn, ovvero il Bob della svolta elettrica.

J [ d§ei ] come «Judas!», appunto, l’urlo che si levò dal pubblico di Manchester in rivolta contro Dylan, colpevole di aver tradito il folk acustico per il rock elettrico. Quel sound, all’epoca, doveva avere per le loro orecchie un impatto abrasivo, simile a quello del grunge. Dylan, per tutta risposta, diede all’insultatore del bugiardo. E intimò alla band di suonare «fottutamente forte». Il risultato fu una clamorosa “Like a rolling stone”. Sono in due a contendersi il dubbio merito di aver lanciato il grido: si chiamano  John Cordwell e  Keith Butler. Nessuno dei due pare farne un vanto. Per fortuna.

K [ kei ] King, Martin Luther. Quando il reverendo King pronunciò il leggendario discorso “I have a dream”, Dylan non era tra il pubblico: era sul palco a pochi passi da lui. Aveva appena cantato “Only a Pawn in Their Game” e “Blowin’ in the Wind”. Se lo ricorda bene. «Ancora m’impressiona in maniera profonda», dice oggi. In una vita politicamente equivocata quasi del tutto, questo è uno dei pochi punti fermi. A Martin Luther King è dedicata una strofa di “They killed him”, pezzo semidimenticato degli anni Ottanta: «Another man from Atlanta, Georgia \Name of Martin Luther King\He shook the land like a rolling thunder\And made the bells of freedom ring today\With a dream of beauty that they could not take away\Just another holy man who dared to make a stand.\My God, they killed him».

L [ el ] come Lanois, Daniel: il produttore degli ultimi capolavori tra anni Ottanta e Novanta. Oh Mercy, scrive Greil Marcus, è un “producer’s album”: sembra che Lanois abbia fatto dei gessetti per terra e abbia detto a Dylan di posizionarsi là. E’ innegabile che sia così, è lampante la somiglianza con i dischi degli U2 dell’epoca, ovvero le più celebri creature di Lanois. Però, senza le canzoni di Dylan, cosa avremmo avuto? Il rapporto tra i due non è stato facile. Ma è il risultato che conta, e quello è esaltante. Lanois su Dylan: «Well, you just never know what you’re going to get. He’s an eccentric man…».

Daniel Lanois

M [ em ] come Motocicletta. Intervistatore: «Perchè indossi una maglia col disegno di una motocicletta?» Dylan: «Beh, piacciono a tutti. No?» A lui anche troppo. Il 29 giugno del 1966 Dylan casca dalla sua Triumph Tiger 100 e si spacca la schiena. Mai chiarite le circostanze e l’effettiva gravità delle ferite. Si ritira dalle scene e per un anno di lui non si sa più nulla. Conclude così un periodo vorticoso ed estenuante, per quanto impareggiabile dal punto di vista creativo. Quanto ritorna, un anno dopo, è un’altra persona. E un altro artista (basta confrontare John Wesley Harding e Blonde on blonde).

N [ en ] come New York. Dylan vi arriva nell’inverno del 1961, uno dei più freddi che si ricordino. «Everything was always new, always changing», ha scritto in Chronicles. «It was never the same crowd upon the streets». Si stabilisce al Greenwich Village, patria della scena alternativa, ed esordisce nel locale di un tipo d’origini calabresi.

1963, Jones Street, nel Greenwich Village: Bob Dylan e la sua ragazza, Suze Rotolo, in uno scatto per la copertina di The Freewheelin’

O [ ou ] come Oscurità. Che vita sarebbe senza un po’ di mistero? «People have one great blessing – obscurity – and not really too many people are thankful for it» (da un’intervista del 1966).

P [ pi: ] come Poesia. Parole sue: «Mi considero prima un poeta e poi un musicista. Vivo come un poeta e morirò come un poeta». Vale come statuto esistenziale, oltre che letterario. In una importante università americana c’è un professore che considera Dylan il migliore dopo Shakespeare. Non l’hanno ancora licenziato (pare). Anche Allen Ginsberg, emblema della beat generation, considerava Dylan un poeta di tutto rispetto. Oggi, è l’unico cantautore candidato al Nobel. Tutto discutibile, per carità, ma un dato è sicuro: Dylan ha rivoluzionato la scrittura della musica popolare. Nessuno, prima di lui, era stato tanto ambizioso e tanto abile nel giocare con le parole, e con il loro significati, in una canzone. Alle liriche del pop, Dylan ha donato una profondità artistica e filosofica, incorporandovi moltissimi riferimenti letterari, religiosi e storici in surreali «catene di immagini lampeggianti (chains of flashing images)», come le descrisse Ginsberg. Cinquant’anni dopo The Freewheelin’, al suo livello sono ancora in pochissimi: di solito, dietro di lui, vengono citati Leonard Cohen e Neil Young. In più, secondo alcuni osservatori, Dylan ha riavvicinato molti teenager alla poesia, grazie all’amore per i simbolisti come Rimbaud, Verlaine e Baudelaire, e per i beat della City Lights come Ginsberg, Corso e Ferlinghetti.

Anni Sessanta: Dylan e Ginsberg

Q [kiu: ] come Queen of spades. Compare in “I want you”, di fatto si tratta di una citazione della “Little queen of spades” di Robert Johnson, padre del blues. Ma è anche uno dei tanti personaggi strani che affollano le canzoni di Dylan: il ragman, i five believers, Napoleon in rags

R [a: ] come Rolling Thunder Revue, 1975. Un tour leggendario, in stile molto bohemienne, con ospiti come Joan Baez, Jack Elliott, Allen Ginsberg, Jacques Levy (coautore di Desire), la violinista Scarlet Rivera e T-Bone Burnett,  il commediografo Sam Shepard, Joni Mitchell, Robbie Robertson, Roger McGuinn, l’attrice Ronee Blakely. C’è persino la mamma di Bob, la signora Beatrice, detta Beatty. Nei camerini, droga a fiumi (cocaina in testa). Lasciamo il racconto a Riccardo Bertoncelli. «”In giro” voleva dire una tournée da circo, anzi (…) da commedianti poveri. Un giro in pullman per piccoli centri americani, in teatri da due-tremila posti, senza tanta pubblicità e le zanzare dei media; a suonare quel che capitava con amici, recuperando un po’ dello spirito semplice e informale dei primi anni. (…) Fu un carnevale molto dylaniano, variopinto e confuso (…). La Revue cadde in un momento di grazia della storia dylaniana, fra due dischi straordinari come Blood On The Tracks e Desire, con una musica che cercava nuovi orizzonti oltre il classico folk rock e respirava country, gospel, Tex Mex. Per molto tempo Dylan non avrebbe più toccato quei cieli».

S [ es ] come “Subterranean homesick blues”. La canzone, certo, ma anche il filmato promozionale girato da D.A. Pennbaker (il regista del documentario Don’t look back). In pratica, il primo videoclip della storia. E, ancora oggi, uno dei più originali. Tanto da essere citato e parodizzato in continuazione negli anni a venire.

T [ ti: ] come Telecaster. Le Fender Telecaster sono le chitarre elettriche che usa di più dal 1965 al 1978, ovvero in quasi tutti i suoi lavori maggiori. E’ il loro suono nervoso ad essere diventato epocale. Tra le poche le eccezioni c’è la Gibson Les Paul. Dopo il 1978, è passato alle Stratocaster. Dylan, come chitarrista, non va sottovalutato. Secondo Carrera, «Dylan chitarrista è come Dylan cantante: anche quando non è bravo, è unico».

V [ vi: ] come Voce. Quella che oggi molti odiano, ridotta quasi a un rantolo rauco. Ricorda AllMusicGuide: «Come cantante, ha abbattuto la nozione per cui bisogna avere una voce convenzionalmente buona per esibirsi, ridefinendo di fatto il ruolo del cantante nella musica popolare». Per Francesco De Gregori, «Dylan non ha una voce, Dylan è una voce».

Tour del 1966

W [ dabliu: ] come Woodstock. Cittadina campestre dello stato di New York in cui Dylan si trasferisce con moglie e figli nel 1965. Quello che si dice un buen retiro. Dopo l’incidente in moto del 1966, Dylan rimane lì, deciso a starsene lontano dalle luci della ribalta. Eppure gli organizzatori del celebre festival scelsero quella località proprio perchè Dylan abitava nei dintorni. Ma il giorno in cui comincia il concertone Bob s’imbarca per l’Inghilterra con la famiglia. Quelli del festival dimenticavano un piccolo dettaglio: a Dylan di suonare in pubblico non andava proprio. Perdipiù, era terribilmente scocciato dagli hippies che si aggiravano intorno a casa sua tutto il tempo. Li odiava, confessa in Chronicles. Lui non desiderava altro che un po’ di pace con la famiglia. E un seminterrato in cui strimpellare con gli amici. Gli amici sono quelli con cui si è esibito fino al World Tour, gli Hawks, con Robbie Robertson in testa. Nel febbraio 1967, chiamati a dare una mano al montaggio del film dei concerti, i musicisti vanno a vivere a poche miglia dal cantante, in una casa detta Big Pink per via della facciata rosa. Lo scantinato viene adibito a sala prove. Insieme, Dylan e i ragazzi vanno avanti in modo informale, suonando decine di cover. Quasi sempre si tratta di pezzi molto vecchi. Ma intanto il Nostro riprende a scrivere, mentre gli ex-Hawks cominciano a produrre materiale proprio. Dallo scantinato usciranno The Basement Tapes (1975) e una nuova formazione, The Band, il cui esordio nel 1968 s’intitolerà, guarda caso, Music from Big Pink.

Big Pink, Woodstock, NY

X [ eks ] come Xmas, ovvero Natale (Christmas). Nel 2009, ennesima sorpresa dylaniana: un disco di canzoni natalizie, Christmas in the heart. Passato il momento “what-the-fuck” – nel conto va messo anche un video folle in cui Bob, berretto da Babbo Natale in testa, sembra quantomeno un po’ alticcio – bisogna riconoscere che quella del disco natalizio è una tradizione tutta a stelle e strisce che vanta innumerevoli predecessori: non solo Sinatra o Bing Crosby, ma anche gente come Johnny Cash e Sufjan Stevens. La critica, in ogni caso, non ha gradito granché questo mix di campanellini e voce gracchiante. Però i proventi vanno interamente in beneficenza, per combattere la fame nel mondo.

Z [ zed ] come Zimmerman, il vero cognome. Famiglia ebraica: i nonni di Bob emigrarono da Odessa dopo i pogrom del 1905. Ebrea anche la madre, con genitori di origini lituane, arrivati negli States nel 1902. Insomma, Dylan è l’ennesimo grande artista ebreo della storia americana.

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