Tom Waits: “Bad as me”

«I want you to play like you’re 7 years old at a recital. I want you to play like your mom’s in the room. I want you to play like you’re miles from home, and your legs are dangling from a boxcar. Or play like your hair’s on fire. Play like you have no pants on».  (Tom Waits ai suoi musicisti)

«A 61 anni, Tom Waits è acclamato come una Meraviglia Americana: un songwriter che può essere elegante e primitivo, rauco e meticoloso, etereo e terreno, cupo e comico»  (New York Times). Le cose stanno proprio così. Qualcuno ricorda un album di Tom Waits considerato meno che bello? A dire il vero Real gone, sette anni fa, qualche dubbio l’aveva suscitato. Certo, era sempre roba che il 99% dei suoi colleghi neanche si sognava, ma nell’insieme forse mancava la forza di altri dischi del Nostro. Si usciva un po’ spossati da tanto rumorismo, perché non tutte le composizioni erano nella vena del miglior Waits. E giunti alla fine, non si aveva tanta voglia di ritornare a dare uno sguardo più profondo.

Ma con uno come Waits conviene avere fiducia. Lo sanno i fan, lo sanno i critici che osservano ogni sua mossa con aspettative altissime (aumentate peraltro dalla rarità: Tom Waits fa dischi quando gli va, e gli va di rado). Quest’anno i fiduciosi possono dirsi ripagati: Bad as me è un ottimo album, anche se non segna nessuna particolare innovazione nel percorso del cantautore di Pomona. Anzi è una sorta di riassunto della carriera: Waits riprende tutte le sue anime e per la prima volta si guarda indietro fino agli anni Settanta, prima della svolta “pentolosa” (Dente la chiamerebbe così). Risultato: Bad as me è uno degli album più accessibili di Tom Waits. Privo di lungaggini, prodotto con l’idea di comunicare sensazioni immediate, e cantato in modo da dispiegare ogni possibile uso della voce di Waits, dall’abbaiare scomposto al falsetto. Differisce da Real Gone perchè «c’è meno catarro e meno fumo nella stanza». Le canzoni – perlopiù pezzi d’amore – suonano familiari ma non prevedibili. Avvolte di polvere e detriti come solo Waits sa fare, per ribadire che il lato sghembo della musica (della vita) è l’unico che valga la pena di celebrare con diligenza.

Tutti i pezzi sono stati scritti e registrati quest’anno, in un tempo relativamente breve, di buon mattino (quando «nessuno ha ancora sentito niente, e molti ancora non hanno fatto colazione. Questa è la colazione») e con l’aiuto di qualche ospite di riguardo: Flea dei Red Hot Chili Peppers (ora bassista anche degli Atoms for Peace di Thom Yorke), David Hidalgo dei Los Lobos – già al fianco dell’ultimo Dylan – e sua maestà Keith Richards, che suona la chitarra in quattro canzoni e accompagna Waits nel canto di “Last leaf”, un bellissimo walzer dedicato all’ultima foglia rimasta su un albero (nessuna metafora: «Su un albero era rimasta un’unica foglia, e mi sono chiesto: “Wow, se ce la fai l’inverno, puoi stare qui fino all’anno prossimo. Non sarebbe grande, se fossi l’unico tizio a resistere?»). Non dimentichiamo poi che la decima traccia, “Satisfied”, è addirittura una risposta all’inno dei Rolling Stones (ed è sempre Richards a tracciarne il riff). La presenza di Keef non è casuale. In effetti, Bad as me è un disco pieno di blues. Waits ne era consapevole, in fase di scrittura: «Come in un blues, tu sei lì e cominci a riflettere su un tema particolare. Mi sono impegnato davvero in questo, che è qualcosa di semplice ma molto evocativo». Procedimento antico ma modernissimo, quindi assolutamente waitsiano.

Insomma, chi ancora dovesse scoprire Tom Waits potrebbe cominciare da Bad as me e farsi un’idea precisa della sua arte. Waits, ora come ora, sembra abitare il suo mondo poetico in modo davvero confortevole.  Amanda Petrusich fa notare che, persino nelle interviste, il Nostro usa quasi sempre le stesse battute. Ma fanno ancora ridere. Ecco, vale anche per le sette note. Waits indulge a se stesso, ma crea ancora grande musica. Fosse sempre così, potremmo persino smetterla con l’innovazione.

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