George Harrison by Martin Scorsese

Alta attesa, critiche discordi. Per Living in the material world, il documentario su George Harrison diretto da Martin Scorsese, le lodi non sono state unanimi, come in occasione di No direction home (dedicato a Bob Dylan). Molti, a dire il vero, criticano la scelta del soggetto. Sicuri che fosse poi così interessante? Più che quiet beatle, dicono, George sembra essere il boring beatle. Perdipiù, la sua carriera solista proverebbe che non era esattamente un genio della musica (a parte il bottino di tre o quattro pezzi indimenticabili dell’era beatlesiana).

Scorsese ha spiegato le ragioni della sua fascinazione in un’intervista a Newsweek. Secondo Paul Theroux, autore dell’articolo, il regista si è rispecchiato nel musicista. Scorsese e Harrison, scrive Theroux, condividono la dedizione al lavoro, l’approccio alla creatività, l’amore per la vita. Entrambi sono stati spesso sottovalutati o contestati. E per entrambi il rock è stata una forza di liberazione. La differenza? La scelta degli habitat: Scorsese il newyorkese sveglio e socievole, Harrison l’inglese pastorale, amante del verde, che sogna di rifugiarsi su un’isola tropicale lontana dal traffico delle città. Eppure questa voglia di tranquillità non dovrebbe far pensare che George fosse un tipo spento. Date un’occhiata ai suoi amici, dice Theroux: «Terry Gilliam and Eric Idle dei Monty Python, e Jackie Stewart, Billy Preston, Eric Clapton, Bob Dylan, Ravi Shankar: le persone più divertenti del pianeta, le più veloci, i suoi più brillanti contemporanei nella musica». Il lato trascendente di George, poi, fu evidente fin dagli anni dei Beatles. Harrison si poneva il problema di imparare a vivere nel modo giusto. Per Scorsese, ciò significa anche prepararsi a imparare come morire. «Per me, il film è tutto qui», dice il regista: «L’idea del capire quando è il momento di andare».

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