La ballata di Sergio Bonelli

Sergio Bonelli, 1932-2011

«Io faccio fumetti. Di carta». La storia è tutta qui, ed è bellissima. È la storia di un uomo dell’epoca della ricostruzione e del  Boom, uno di quelli su cui a Paolo Conte piace immaginare canzoni. Uno che ci ha messo la faccia e la passione, tra gli improperi dei soliti noti (di destra e di sinistra, poco importa: dalla parte sbagliata, in ogni caso), per dare il suo modesto e felicissimo contributo alla modernizzazione di questo Paese. L’ha fatto, vedi caso, facendo inizialmente leva su una delle nostre debolezze: quella fascinazione un po’ provinciale che gli italiani hanno avuto a lungo per il Western (un genere più popolare da noi che quasi in qualsiasi altro Paese). E poi da lì è nato tutto un universo parallelo, perchè, come ricorda Luca Raffaelli su Repubblica, «Sergio Bonelli era un uomo imprevedibile, che amava il suo mondo a fumetti ed era un profondo innovatore». Non si poteva, non si può non voler bene a Sergio Bonelli.

Possiamo affermare che Bonelli indichi la singolare coincidenza tra immaginazione e fabbrica. Caso assai raro in una nazione affetta da una forma cronica di avversione alla modernità e alle sue forme, in Bonelli confluiscono e trovano una perfetta sintesi le istanze della creatività e quelle dell’organizzazione industriale dell’immaginario.

(Sergio Brancato)

E appunto, questo senso dell’artigianalità del prodotto. Che meraviglia, no? Ancora adesso abitava accanto agli uffici della casa editrice: casa e bottega, come vuole il detto. Per lui, del resto, con i genitori che si ritrovava, sono sempre state la stessa cosa. In più, divenne subito un appassionato. «All’inizio io facevo di tutto. Anche il fattorino: partivo da Milano in Lambretta per andare a prendere in Liguria le tavole di Galleppini per Tex». Galep, sia detto per inciso, era uno dei più grandi disegnatori del mondo. Altri hanno introdotto innovazioni più vistose, ma il realismo dei disegni del miglior Galleppini è unico. Sergio Bonelli e suo padre (colleghi nella scrittura: Sergio, alias Guido Nolitta, ha inventato Zagor e Mister No) lo sapevano. E non c’è da meravigliarsi che Galep disegnasse il più popolare fumetto italiano. I Bonelli sapevano anche che, nel fumetto, autorialità e popolarità possono coincidere alla perfezione (e se Galep non vi convince, malfidati che non siete altro, guardate Hugo Pratt).  «Questa distinzione tra fumetto popolare e fumetto d’autore comunque mi ha sempre fatto ridere. Che vuol dire “d’autore”? Più noioso?» Ma la noia era (è) tutta di quei presunti intellettuali che lo accusavano di istigare all’omicidio con i suoi albi – no scusate, i suoi giornaletti. Il tempo gli avrebbe reso giustizia: offriva viaggi, non delitti. Viaggiare apre la mente, ve l’hanno detto mai (un luogo comune, una verità)? Lui, intanto, ha sempre voluto accudire i suoi artisti. C’è da voler bene a Bonelli pure perchè, notava Paolo Interdonato, «ancora oggi, permette a tanta gente di continuare a vivere con decoro». «La vera fatica è la responsabilità di avere tante persone», riconosceva l’editore stesso: le grandi aziende sono poche, e «non è così facile, anche per uno bravo, trovare lavoro e passare da un lavoro all’altro. E allora uno tiene duro anche per non lasciare le persone senza lavoro…» Non è poco.

Il primo numero di Tex nel formato attuale, a quaderno, ideato in casa Bonelli

Come non è stato poco l’aver osservato i tempi, e l’aver voluto cercare vie nuove che connettessero fumetti e realtà. Una creazione straordinaria come Ken Parker (miracolo di sapienza narrativa, innovazione grafica, consapevolezza politica) è figlio di Giancarlo Berardi che l’ha inventata, ma anche di Bonelli che la mandava in edicola. Stessa cosa, il più celebre Dylan Dog. Badate che l’editore Bonelli poteva campare di rendita, rifugiandosi in eterno in un western immaginario e continuando a campar bene grazie a centinaia di migliaia di copie vendute. Invece Bonelli ci credeva davvero, nel medium. Non a caso conosceva bene la concorrenza e le grandi firme di tutto il mondo (l’ultimo sogno: Tex disegnato da Moebius). E aveva il coraggio di proporre prodotti, come la collana Un’uomo un’avventura o la rivista Orient Express, che col bestseller Tex (di cui lui stesso ha scritto episodi memorabili) c’entravano poco e nulla. Ma non si trattava di contraddizione. Semmai, di nuovo, di passione. E d’imprenditorialità sapiente (che gli ha anche fatto azzeccare, molto spesso, il timing delle innovazioni, che quindi hanno avuto successo: basta guardare al formato degli albi. Una rivoluzione, e a noi oggi pare normale. Invece è “bonelliano”). Una virtù di gran pregio, l’imprenditorialità, che per fortuna la sua città, Milano, capitale dell’imprenditoria, gli ha saputo riconoscere per tempo.

Una raccolta di Orient Express, rivista edita da Bonelli negli anni Ottanta

«Bonelli ha fama di essere antipatico («Forse qualcuno invidia il fatto che io sia diventato ricco coi fumetti»), in realtà è semplicemente ultraschietto», notava Vittorio Zincone introducendo la sua intervista. Lo si vide anche nell’incontro con un nostro amico, il Presidente (che adesso mi tocca invidiare vita natural durante). Schiettezza che rivolgeva innanzitutto verso se stesso: «Sono disordinatissimo. Molte volte non ritrovo degli albi. Quando mi richiedevano gli arretrati era una tragedia, facevo una fatica incredibile a ritrovare quello che mi chiedevano. Così raccontai alla stampa che c’era stato un incendio in magazzino ed era andata persa la parte più vecchia della nostra collezione. Ovviamente non era vero». Eppure condivideva le stesse emozioni dei suoi lettori, tra cui quei pazzi che chiedono gli arretrati per completare le serie di cui qualcun altro a loro vicino si vuol sempre disfare (ingombrano, fanno polvere, sono brutte… la lista delle lagnanze è lunga). Una vicinanza vera: «Quando passo davanti alla mia vecchia scuola elementare di Piazza Sicilia e all’edicola dove da ragazzino mi compravo i fumetti mi vengono i brividi».

Altri brividi, ora, sono venuti a molti. Chi verrà dopo farà bene ad avere memoria di quel modo di fare, di quella sensibilità, di quelle intuizioni. Forse non si tratta di cose complicate, di sicuro ci vuole talento. Come con le canzoni. Sergio Bonelli ne amava una in particolare: I’m easy di Keith Carradine, pezzo premio Oscar della colonna sonora di Nashville di Robert Altman (altro innovatore dal sistema). Non credo sia un caso che l’editore di tanti fumetti abbia scelto la canzone di un film. La dedica, oggi, è tutta per lui, per il suo spirito d’avventura.

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3 Responses to La ballata di Sergio Bonelli

  1. Alessandro Marciano' says:

    Davvero un bel post, complimenti! Anche io ho voluto dedicare un pensiero al grande Sergio, con un articolo sul mio blog, se ti fa piacere fai un “salto” a leggerlo, grazie! Saluti!

  2. Mi2030 team says:

    Credo che il modo migliore per dare ad un’eredità importante il valore che merita sia prendere esempio per pensare e costruire in futuro esperienze altrettanto virtuose. Leggo con piacere che viene colto il legame tra un uomo e la sua città con tutto lo spirito che la distingue.
    C’è un intero team, il “Milano 2030″, che cerca di intercettare esigenze, aspettative, impressioni di chi a Milano ci vive, soprattutto per scelta e per adozione. Con un occhio particolare allo slancio imprenditoriale e creativo del suo territorio e dei suoi cittadini. Perchè lo fa – contro ogni luogo comune – dall’interno di una pubblica istituzione, la Camera di Commercio, per “svecchiare” attraverso giovani menti la percezione del pubblico a servizio della comunità così che il contributo che ne può venire sappia apportare davvero valore aggiunto.
    “PubblicaMente Milano2030″ è il blog: pubblicamentemilano2030.worpress.com. Seguici.
    (Per il team) Sari

  3. Pres says:

    Bravo Frank! Sergio ci mancherà e tu hai spiegato benissimo che uomo era. Duro ma gentile, schietto ma educato. E capace di produrre cultura senza avere l’aria di farlo, con l’umiltà dell’artigiano che si sporca le mani.

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