Vent’anni? Non importa

dalla mostra "In bloom" (Londra)

“Metallica plus R.E.M. That’s really smart.” Lo diceva un amico del giornalista del New Yorker che pochi giorni fa ha celebrato la band di Athens. La formula è seducente, anche se non dice tutto (le formule non dicono mai tutto). Non dice tutto neanche la santificazione di Kurt Cobain. Certo, è il primo padre di Nevermind, ma non l’unico. I titoli di giornale, poi, sono ai limiti dell’ingiustizia. Nevermind non è affatto l’ultimo-grande-album, come qualcuno vuol far credere. Di classici ne abbiamo visti nascere anche in tempi recenti. Ma di sicuro, dagli anni Ottanta in poi, Nevermind è l’album con cui il processo di icononizzazione mediatica è riuscito meglio (in gran parte grazie alla morte di Cobain).

Tributi e celebrazioni si stanno vedendo un po’ dappertutto. Anche qualche conflitto. Ad Aberdeen, città natale di Kurt Cobain, il consiglio comunale non ha intenzione di intitolare al cantante il ponte sotto il quale, secondo la leggenda, gli era capitato più volte di dormire. Per il Comune, Kurt non è altro che un villano, un cittadino ingrato che con i suoi commenti tutt’altro che positivi non ha affatto giovato al buon nome della città. I cittadini, ovviamente, non sono contenti. In ogni caso, al frontman dei Nirvana è stata intitolata una passeggiata vicino al ponte: “The Cobain Landing”.

La storia di Nevermind la si potrà ripercorrere con la deluxe edition in uscita a breve: 3 cd con live e demo inediti. Nel frattempo, chi volesse può farsi un giro a Londra, quartiere Brick Lane, dove la Loading Bay Gallery ha aperto “In Bloom: The Nirvana Nevermind Exhibition”. Fotografie, memorabilia, musica dal vivo per meglio canonizzare band e disco.

E Seattle non è da meno. Presso l’Experience Music Project si può visitare la mostra “Nirvana: Taking Punk to the Masses” (i Nirvana sono tra i gruppi che hanno portato il mondo alternativo nel commercio mainstream: Nevermind ha venduto oltre 30 milioni di copie). La formula dell’esposizione non è granché diversa da quella londinese, però c’è una differenza notevole: Seattle era la città della band. E per i suoi abitanti, guardare indietro a quella storia è un po’ come guardarsi allo specchio.

Per tutti gli altri, probabilmente, significa ritornare quindicenni (o giù di lì). Ma dopo, per forza di cose, si deve tornare a guardare avanti. Si spera lo facciano anche le sezioni spettacoli dei giornali, ma sembra difficile.

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