La solitudine metallica di Feist

La foto di Feist domina la sezione Arts&Leisure del New York Times (domenica 18 settembre 2011)

Feist si prepara a rientrare sulla scena con un nuovo disco, Metals, in uscita all’inizio di ottobre. Il suo nome ricomincia a circolare, l’attesa è alta e così la cantante, stranamente, invece di contattare DueAccordi ha deciso di incontrare un giornalista del New York Times. Jon Pareles è andato a trovarla nella casa di campagna, vicino Toronto, per farsi raccontare come è nato l’album. Pareles si è fatto anche un’opinione piuttosto precisa su Metals. Per lui è l’album migliore di Feist, il più profondo. Un’opera «fatta per l’intimità, non per il mercato di massa». Registrato live in studio, praticamente senza apporti elettronici, con i musicisti a suonare tutti assieme allo stesso tempo, Metals «semplicemente ignora tutto il patinato, computerizzato, impersonale pop del ventunesimo secolo». Dopo averne studiato gli arrangiamenti in Canada, Feist e la sua band (con l’apporto del Real Vocal String Quartet per cori e archi) hanno inciso l’album in California, in appena due settimane e mezzo. Il luogo prescelto come studio è stato un ex fienile su una scogliera di Big Sur. Il luogo, vedi caso, ha le stesse esatte coordinate degli studi londinesi di Abbey Road. Si può osservare un po’ di retroscena nei piccoli assaggi che Feist ha deciso di postare su YouTube per incuriosire il pubblico:

In Metals, all’insegna dell’analogico, si alternano ballate e pezzi più grintose. Non mancano momenti di conforto, ma in genere si tratta di canzoni malinconiche, piene di dolore, inquietudine, solitudine. Ecco, quest’ultimo è forse il sentimento-chiave. Qualcosa che riguarda l’essenza stessa della musica.«Penso sempre a come sono sola nella mia stanza, mentre scrivo», dice Feist, «e dopo gran parte delle persone ascolta la musica da sola. Quindi, in pratica, c’è come una minuscola linea diretta tra lo scrivere e l’ascoltare. E’ una strana bolla di solitudine, perchè si è connessi, ma non ci si conosce l’un l’altro, eppure si sta comunicando». Difficile scappare da questo paradosso. «Mi pare che tutta la vita non sia altro che un sentiero solitario. Non importa chi entra ed esce dalla tua vita. A questo punto, io stessa sono l’unico comune denominatore che sia stato con me tutto il tempo. E c’è questo bisogno di trovarci un senso, a questa solitudine ultima. Non è né negativa né positiva. E’ solo un fatto.»

Forse bisogna suonarci su. Feist ha ricominciato a scrivere musica nell’autunno dell’anno scorso. A gennaio aveva già abbastanza canzoni per un album. Ma sono venute dopo due anni d’interruzione. Il tour mondiale seguito a The reminder l’aveva lasciata esausta. «Stavo diventando sorda, intendo emozionalmente sorda», afferma. Quindi uno stop era diventato necessario. Ha ripreso in mano una chitarra soltanto dopo un anno. «Era ricoperta di polvere, e mi ha riempito il cuore di tristezza». Ci ha riprovato quattro mesi dopo: l’ha subito rimessa giù, senza crederci neanche un po’. Così si è dedicata ad altro: «I just let the time pass, staying still». Non era ancora il momento. Ma dopo due anni, «il silenzio è sceso di nuovo». E si è rimessa a comporre. O meglio, a «rimescolare», a «risolvere rompicapi», lavorando su molte canzone frammentarie alla volta. «E’ stata una gioia ritornare a questa curiosità», dice Feist. Con tutta probabilità, la gioia sarà anche degli ascoltatori.

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