Amy Winehouse 1983-2011

Amy Winehouse in una foto in mostra al Brooklyn Museum di New York

E’ andata come in molti si aspettavano. Ma è stata comunque una sorpresa. Pubblico e giornalisti erano abituati a convivere con le pessime notizie targate Winehouse. Ormai venivano accolte con un’alzata di spalle. La serie poteva andare avanti all’infinito, colonnina fissa del gossip di mezzo mondo. E’ stata arrestata per possesso di droghe? Normale. Ha avuto un collasso sul palco? Come al solito. Ha mandato a monte un tour? E ti pareva. Si è scolata un cocktail letale di droghe e alcol? Ordinaria amministrazione. No, un momento…

L’attitudine all’autodistruzione non era la sola caratteristica impressionante di Amy Winehouse, morta ieri a 27 anni nella sua casa di Londra. In milioni ne hanno amato la voce e le melodie, sempre accompagnate da una presenza scenica inconfondibile. Il successo della sua miscela di soul, jazz e blues ad alto tasso di devastazione – e di pop – non era facilmente prevedibile. Non nelle proporzioni che ha avuto (le canzoni di Back to black sembrano diffuse come quando uscì nel 2006). Talmente forti da aprire uno spazio nel mercato per un intero genere. Senza Amy Winehouse, oggi cantanti come Adele e Duffy non sarebbero delle star. Un fenomeno simile non si vedeva da tempo. Viene da pensare alle scimmie di Charlot, gli imitatori di Chaplin (di cui oggi si è persa quasi ogni traccia) che il grande comico satireggiò in una delle scene più famose de Il Circo. Un bene o un male? Tutto sommato, suscitando un revival del soul, la Winehouse ha contribuito a far rimanere un filo d’eleganza nelle classifiche. Nulla di imprescindibile, a dirla tutta: era pur sempre pop. Ma rendere così popolare la tradizione della Motown, di Billie Holiday e di Sara Vaughan non è un merito da buttar via.

Infine, diamole atto di aver conservato, nonostante tutto, una bella dose di autenticità. Ricordate Amy Winehouse per le canzoni, se vi piacciono. Altrimenti, pensatela mentre insulta la sua casa discografica, o mentre grida «Shut up! I don’t give a fuck!» a un Bono impegnato nella solita tirata messianica. Non ne voleva sapere, delle buone intenzioni.

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