Bon Iver: “Bon Iver, Bon Iver”

“Austere beauty and understated emotiveness

Cominciamo con un proclama: il ritorno dei Bon Iver è, finora, l’album migliore dell’anno, a parte Let England Shake di PJ Harvey. Un vero opus magnum, così ricco di idee sonore, eppure monacale. Rarefatto. E incredibilmente pieno d’intelligenza: osservate con quale understatement la band assorbe e rielabora tante influenze diverse tra loro, per creare uno stile emozionante al massimo. Emozionante, l’arte di Justin Vernon (la mente creativa dei Bon Iver) lo è stata sempre, fin dall’esordio di For Emma, forever ago, nel 2008. Ma nella sua ultima creazione, le emozioni hanno più colori e diverse lumonosità. Ecco la contraddizione più felice: Bon Iver, Bon Iver è più variegato del suo predecessore, più corposo. Ma ne condivide il desiderio d’essenzialità. Ed è in linea con la ricerca sonora inseguita nelle ultime uscite, ad esempio col progetto Volcano choir.

La definizione migliore del nuovo corso, forse, è quella di Pitchfork: «rustico pop da camera, con una punta di sperimentazione che fa un uso attento di arrangiamenti e dinamiche». Il folk, per i Bon Iver, è ormai un punto di partenza piuttosto lontano. Vernon – che peraltro è già una piccola star – vuole muoversi a 360 gradi. Le sue idee si sono letteralmente allargate, e in modo imprevedibile: ascoltate “Beth/Rest”, la ballata di piano elettrico che chiude l’album. Quasi un soft pop anni ’80, roba che può ricordare il – tremendo, per molti (inclusi noi) – Phil Collins. Eppure è un pezzo di grande intensità, l’ottima chiusa per un’opera così. L’attenzione è catturata fin dal primo brano, “Perth”, fin dal quasi silenzio che lo apre per trasformarsi in un riff di chitarra, e poi in una piccola sinfonia in cui si possono riscoprire nuovi dettagli ad ogni ascolto.

Ci si accorge subito che le ambizioni dei Bon Iver sono altissime. E seguendo il flusso delle canzoni, tutte legate fra loro,  la sofisticatezza di suoni (inclusa la voce di Vernon), ritmi e sensazioni non fa che sorprendere. Viene in mente quello che Vernon dichiarava in un’intervista: «Non cerco più l’ispirazione soltando stando seduto con una chitarra. Ho voluto costruire un suono da un graffio, e poi usarlo per fare una canzone». Alla fine, si ammette che ogni ambizione è soddisfatta: nulla, nel panorama musicale odierno, assomiglia ai Bon Iver.

È originale perfino la scelta dei titoli: ognuno di essi rimanda a un posto, vero o inventato. Non va dimenticato che Vernon ha definito queste composizioni «soundscapes», paesaggi sonori. Luoghi della mente: la definizione calza bene. Non a caso, come per PJ Harvey, il disco è affiancato da un progetto video: un clip per ogni canzone. C’è tanta fantasia nella musica dei Bon Iver, a ogni livello. E, grazie alla loro bravura, altrettanta bellezza. 

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