MJF live report: Lou Reed

Il concerto di Lou Reed all’Arena Civica di Milano raccontato dal tobagista amante della fotografia (il titolare qui era assente ingiustificato, ma ci tiene a precisare che ha già visto dal vivo due volte il fondatore dei Velvet Underground, ed era in bolletta per via dei magnifici ristoranti ferraresi)

Lou Reed può fare quello che vuole. Più che un cantante, è un pezzo di storia del Novecento: bisogna soltanto ringraziarlo per il contributo all’evoluzione della musica e stare zitti ad ascoltare. Peccato però che l’Arena Civica di Milano sia un posto inadatto a ospitare concerti. Non è una location stimolante, né per l’artista, né per il pubblico. Gradinate lontane, platea con sedie (!), manco fossimo alla Scala. Ma lo spettacolo è attesissimo, prima in Italia del tour di Lou Reed dopo tre anni di assenza, biglietti finiti, bagarini che barattano i prezzi e tutto il corollario pubblicitario che accompagna questi eventi. (Durante tutto il concerto, degli enormi fari hanno illuminato a giorno due palchi con sopra automobili. Va bene che Alfa Romeo sponsorizza il Milano Jazzin Festival, però a tutto c’è un limite).

Il Nostro sale sul palco con 40 minuti buoni di ritardo e inizia con una svogliatissima “Who Loves the Sun”, molto diversa dall’originale (la sorpresa e la sperimentazione sono state la cifra caratteristica in ogni canzone eseguita). La scaletta è saggiamente equilibrata. Lou Reed pesca tanto dal periodo Velvet Underground (“Venus in Furs”, “Femme Fatale”,”Sunday Morning”) quanto dalla fase solista. Sorretto da una sontuosa band di sette elementi in cui spicca un violino intenso che non fa rimpiangere il talento con cui lo suonava John Cale nel 1967.

C’è una bellissima “Ecstasy” (tirata fuori dall’omonimo album del 2000), la cover della lennoniana “Mother” (omaggio all’altro grande genio musicale che animava la New York degli anni ’70), la dedica al suo mecenate e scopritore Andy Warhol («io non sarei qui senza di lui») a cui segue l’ironica “Smalltown” (tratta da Songs for Drella).

Alcuni bis inaspettati (la surfistica “Charlie’s Girl”) lasciano delusa una parte di pubblico venuta qui solo per sentire “Perfect Day” (ma le canzoni più vicine alla tematica “droga” sono state tutte accuratamente evitate). Ma Lou Reed, dicevamo, può fare come gli pare e l’adorazione nei suoi confronti rimane intatta. Soprattutto se ritorna sul palco per una terza volta, quando qualche pazzo già aveva guadagnato l’uscita, e tira fuori dal cilindro la meravigliosa “Pale Blue Eyes”, storia d’amore impossibile tra due amici. L’ha scritta 42 anni fa. Fa ancora venire la pelle d’oca. Non importa, dunque, se hai 69 anni e stai immobile sul palco. Se sei un idolo lo rimani, lo rimarrai sempre.  (Pietro Pruneddu)

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