Ferrara live report: PJ Harvey

PJ Harvey sul palco di Piazza Castello (foto: Roberto Serra/Iguana Press)

Una creatura della mitologia celtica. Un elfo o una fata. PJ Harvey si presenta sul palco di Piazza Castello avvolta in un lungo vestito bianco. In testa, una corona di piume dello stesso colore. Tra le braccia stringe l’autoharp, strumento che contraddistingue le composizioni di Let England shake (l’ultimo capolavoro). La sua entrata in scena scatena applausi e grida immediate. L’acclamazione di chi l’attende da anni. Lei non commenta. Non dice una parola. Non un saluto né un ringraziamento, per tutto il concerto (tranne, ovviamente, nel finale, quando presenta la band). Solo canto, e carisma. Il primo pezzo è proprio un’esecuzione fedele di “Let England shake”. Quasi tutto il concerto è dedicato all’album omonimo. Si prosegue con “The words that Maketh murder”, ed è impossibile non caricarsi. Prima di iniziare a cantare, PJ arretra di qualche passo, poi avanza verso il microfono. Lo farà spesso. Una sorta di slancio, ancorché contenuto. In pochi gesti, PJ Harvey sa concentrare una presenza magnetica.

Suona l’autoharp, una chitarra acustica e una magnifica chitarra elettrica, bianca come il vestito. Quando non suona alcuno strumento, le sue mani si muovono in modo minuto. L’eleganza è sempre stata una chiave per leggere quest’artista, anche quando l’apparenza sembrava suggerire il contrario. Stesso discorso per la musica. Con sé, la Harvey ha una band di prim’ordine. Tra chitarre e tastiere si alternano due leggende come Mick Harvey e John Parish, collaboratori di vecchia data della Harvey. Alla batteria siede Jean Marc Butty (francese, già membro dei Venus). La loro formula sonora prevede il basso (suonato da Harvey) solo in rari casi. Su tutto va la voce di PJ, che modula perfettamente ogni tonalità e non rinuncia a pezzi impegnativi come “England”, “On battleship hill” o “The sky lit up”. Non ha paura degli acuti, la fata. Gli arrangiamenti, semplici e un po’ ruvidi, hanno un forte retrogusto folk. A volte virano verso una classicità da rock anni settanta, come in “Angelene“. Possono sembrare più morbidi rispetto ad altre fasi della carriera della cantautrice, ma non per questo sono meno struggenti. E quando John Parish suona la parte di chitarra finale di “The last living rose” (annunciata da un rullo di tamburi militaresco), si vorrebbe restare lì sospesi, in loop.

Alla canzone successiva il pubblico esplode. E’ un grande classico, “Down by the water”. Sin dalla prima nota la piazza è entusiasta e trasforma l’esecuzione in una specie di sabba. Vista la creatura sul palco, non c’è da sorprendersi. To bring you my love, del resto, è ancora un disco molto amato dai fan: lo ha confermato anche “C’mon Billy”.

La scaletta procede per un’ora e mezza tra i gioielli di quest’anno e del passato – meglio se non famosissimi, come “The Piano” e “Pocket Knife”. Su quest’ultima, rivelatasi irresistibile, PJ improvvisa alcuni passi di danza. Anch’essi danno bene l’idea dello spirito che anima lo spettacolo. Non a caso suscitano applausi immediati.

Il tempo va veloce verso il «Thanks for listening» con cui PJ si congeda, dopo “The colour of the earth”. Solo due bis: “Big exit”, trascinante come da copione, e “Silence”. La folla applaude senza sosta il suo idolo. Continua a farlo quando la Harvey esce di scena. Continuerà per un bel po’, invocando incessante una seconda rentrée. I boati non si placheranno fino a quando i tecnici non iniziano a smontare le attrezzature. Solo allora si comincia a sfollare, tenendosi stretto il ricordo di una ammaliante danse macabre.

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