Ferrara live report: Beirut e National

Non capita mai di tornare delusi da Ferrara. E’ merito della musica, certo. E della città, affascinante come poche. Quest’anno, all’ombra del Castello Estense, hanno tenuto banco Beirut, National e PJ Harvey. Piazza piena, pubblico entusiasta e tanti passaggi da ricordare.

Beirut

Postcard from Piazza Castello: i Beirut (foto: © Roberto Ricciuti)

All’esordio in Italia, i Beirut hanno la soddisfazione di vedere molti (e molte: le fan dei Beirut sono tante e convinte) cantare a memoria i loro pezzi. La band di Zach Condon è più popolare di quanto non si sospetti. La voce del cantante è intatta e suona esattamente come negli album. Gli arrangiamenti, in generale, sono fedeli ai dischi. Bisognerà risentirli con maggior attenzione, da Gulag Orkestar in poi, perchè il repertorio dei Beirut si mostra più robusto del previsto. Il rischio, nella formula di Condon – basata sui fiati, che mischia la tradizione balcanica e dell’Europa centro-orientale con la sensibilità indie contemporanea (e, di tanto in tanto, una tinta messicana) – era di ridursi a poco più di un sottofondo elegante e vagamente ripetitivo. Non è così: i Beirut, per fortuna, non peccano di furbizia e la loro esibizione coinvolge, emoziona.

The National

I National. Al centro, Matt Berninger (foto: © Gli incubi dei pesci rossi)

«Bel castello», esclama Matt Berninger. «Ogni volta che ne vedo uno così, mi chiedo quanta gente sia stata torturata lì dentro». E via con la parte più drammatica del set, «un bel pacco di canzoni tristi».  Niente di politico, beninteso, anche se parlando di torture vale la pena, solo per un attimo, fare un  riferimento a un passato più recente:«Non che quelle dell’amministrazione Bush fossero invece giustificabili, intendiamoci». Nelle canzoni dei National non viene squartato nessuno, ma abbondano i tormenti interiori. Sui sentimenti che Berninger ispira mi rassicura un compagno di di viaggio. «Da vecchio, assomiglierà a De Gregori», azzardo io. «Non ci arriva, alla vecchiaia» fa lui.

Matt Berninger (foto: © Roberto Ricciuti)

Eppure, Matt Berninger – voce e autore dei testi – è un intrattenitore nato. Sul palco di Ferrara, lui e la sua band si mostrano in piena forma. Al cantante piace liberare, in scena, una vena di follia. A dispetto di tanta oscurità espressa in note e versi, Matt è un frontman generoso e allegro. Scherza molto col pubblico (ad un tratto il gruppo comincia a suonare e lui, conscio della somiglianza col sound degli U2, intona una parodia di “Pride”: «Ma è nel tono sbagliato» ammette subito), innaffia la sua performance con svariati bicchieri di vino, e man mano che il concerto va avanti diventa sempre più incontenibile: camminate sulla transenna, microfono picchiato per terra, una passeggiata fino all’ingresso dell’hotel che dà sulla piazza  (l’hanno visto entrare nella hall cantando “Mr. November”) e lunghi giri di corsa tra il pubblico, che si rimescola vorticosamente mentre lui va avanti come posseduto da una trance, seguito dal tipo della security. Sempre cantando. E’ il finale, il pezzo è “Terrible love”.

Lo show sembra aver chiuso nel delirio. Anzi no. Berninger è di nuovo sul palco. I musicisti (compresi alcuni membri dei Beirut) hanno abbandonato le loro posizioni e sono tutti di fronte agli spettatori. L’amplificazione è spenta e le luci sono bassissime. Nel vuoto improvviso risuonano una chitarra acustica, un tamburello e due trombe. E le voci di tutti: di Berninger (che di nuovo si è lanciato su una transenna e canta in equilibrio da lì, guardando avanti come una vedetta), dei suoi compagni, del pubblico. Una sorta di catarsi collettiva, a microfoni spenti, sulle note di “Vanderlyle Crybaby Geeks”.

La serata era partita con “Runaway”, arrivando poco dopo a una dirompente “Bloodbuzz Ohio”. Quindi sono venute “Slow Show”, “Squalor Victoria”, “Afraid of Everyone”, sequenza inattaccabile di successi (tra le canzoni più celebri è mancata solo “Mistaken for strangers”). Altri vertici sono stati “Abel”,  con le sue grida schizofreniche, e “All the Wine”. La bella “Apartmen story” è andata via fin troppo velocemente. E infine, inevitabile, è arrivata “Fake Empire”, con Zach Condon e Kelly Pratt dei Beirut ospiti ai fiati, in un crescendo un po’ caotico che non ha comunque sfiorito la bellezza del pezzo.

Dopo l’abbraccio collettivo a spina staccata, i National se ne vanno, portandosi a casa un altro sold out tricolore. Ne sono passati di anni da quando, piccolo gruppo sconosciuto, suonarono all’Hana Bi, sulla spiaggia di Ravenna, «mentre la gente si chiedeva: “Chi sono questi che suonano al mare canzoni tristi? Noi vogliamo farci il bagno”». Un pezzo, a Ferrara, viene dedicato al tour manager italiano che li portava in giro. Chissà se era presente anche lui in Piazza Castello.

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