Vent’anni dopo. Massimo Zamboni, i Csi e l’ex Jugoslavia

Massimo Zamboni, ex chitarrista di Cccp e Csi, oggi solista. In questi giorni è in tour con Angela Baraldi

Nel 1991, con le uccisioni a Borovo Selo, vicino Vukovar, iniziavano gli scontri armati che, per altri quattro lunghi anni, avrebbero accompagnato il disgregamento della ex Jugoslavia. Una guerra nel cuore dell’Europa, a due passi dall’Italia, ma fuori dall’Occidente. Forse anche per questa condizione paradossale la situazione jugoslava segnò i pensieri e i sentimenti di uno dei gruppi fondamentali della scena nostrana: il Consorzio Suonatori Indipendenti, capeggiato da Giovanni Lindo Ferretti e dal chitarrista Massimo Zamboni. «Tutta la storia dei Csi è stata attraversata e filtrata dalla storia della Jugoslavia, a partire da Memoria di testa tagliata”. E anche dopo», ci dice Zamboni. «Da lì sono arrivati tanti insegnamenti: i miei ragionamenti sulla sconfitta, l’inermità, l’estinzione, se dovessi tradurli verso un popolo o situazione lo farei sempre verso quei luoghi, che sono centrali – e di fianco. Non sono un remoto Afghanistan o Iran. Sono posti vicinissimi, ma li sentiamo ancora lontani da noi». Zamboni, invece, la vicinanza l’ha percepita tutta. E la sua arte ne è rimasta influenzata. «Cerco di fare in modo che quelle che sono state esperienze terribili per gli altri siano esperienze serie e fondate per me. Quindi queste cose si traducono nella mia vita da una parte, in canzoni e libri dall’altra. Nessuna ricerca intellettuale: ti colpiscono forte, poi in modo altrettanto forte escono da sole». Guai a estetizzare: «Quando sento trattare queste vicende in maniera teatrale o troppo interpretativa, provo repulsione. Per me è inaccettabile. Non cerco emozioni forti, di nessun tipo. Cerco di vivere la mia vita senza nascondermi. Senza pensare di vivere in un’isola felice, ma in un buon purgatorio, come tutti quanti». 

 

Dopo il conflitto, nel 1998, i Csi furono i primi a portare «il rumore dopo le armi e il silenzio» (titolo del Corriere dell’epoca) in una delle città più martoriate della Bosnia: Mostar. «La guerra era finita da qualche anno ma non se n’era accorto nessuno», scherza Zamboni. «Mostar ancora adesso ne porta i segni in maniera molto pesante». I concerti, introdotti da band localifurono finanziati dall’Emilia Romagna e le Marche, che con la Bosnia avevano avviato forme di cooperazione. Le (poche) cronache delle esibizioni raccontano di un pubblico non enorme, ma entusiasta e partecipe. E di uno Zamboni che, al culmine dell’empatia, si libera della chitarra per lanciarsi a ballare sul palco. «C’è un narcisismo maligno nel voler suonare in zone di guerra», precisa il chitarrista. «Ma se ti arriva l’invito, allora è un’altra cosa». All’inizio, l’invito era partito dai croati. «Si reputavano vittoriosi, ci volevano chiamare per celebrare la pace, la loro pace: “noi abbiamo vinto, adesso siamo alla normalità, quindi facciamo un concerto rock”. In realtà poi è andata in maniera molto, molto diversa da quello che loro si aspettavano». Ovvero con due serate: uno nella parte est (croata cristiana) e uno nella parte ovest (bosniaca musulmana). «E in ciò è stato il vero valore di quell’esperienza. Non mi piace frequentare le zone di guerra per vedere cosa succede: perché succede la solita storia, non succede niente di nuovo. Se però c’è un motivo forte per andarci, allora la risposta deve essere altrettanto forte. Ed è stato bene andare, perché credo abbia cambiato letteralmente la vita, se non di tutti, di molti di noi». Il tour sarebbe poi finito a Banja Luka, nel territorio della Repubblica Srpska (la parte di Bosnia a maggioranza serba).

 

Sempre nel 1998, i Csi registrarono “Nessuno fece nulla”, in cui Ferretti recitava, su un’angosciata base musicale, il testo di un poeta incontrato proprio a Mostar, Nedžad Maksumić. Una sorta di descrizione dell’apocalisse. Zamboni è poi tornato a Mostar da solo. Dieci anni dopo, nel 2008. Per girare il film che completava il suo album L’inerme è l’imbattibile. E ha ritrovato il suo amico poeta. «All’epoca della guerra, lui era uno dei dirigenti dei pacifisti. Ha visto morire tutti i suoi amici e compagni. I pacifisti sono stati quelli che sono morti per primi. Nedžad odiava il suo essere stato pacifista. Gli sembrava un consegnarsi in maniera sciocca, puerile nelle mani del nemico». E dopo? «Dieci anni dopo, no. Dieci anni dopo Maksumić ha avuto una figlia e mi dice: ancora oggi, se ci fosse una guerra questa sera stessa, tornerei in piazza per dire di non prendere le armi. Perché questo è ciò che il mondo ci impone. Specie se hai figli. Devi farlo, al di là che tu ci creda o non ci creda. Anche se sai esattamente come andrà a finire. Anche sapendo che la maggior parte dei tuoi compagni moriranno quella notte stessa, come successo vent’anni fa». Zamboni non voleva sapere altro, dal suo amico. «Speravo che lui mi dicesse questo. E questo lui ha detto».

  

La storia, intanto, va avanti. Gli stati balcanici sono talvolta attraversati da tensioni però vivono in pace, e alcuni tentano l’avvicinamento all’Europa unita (la Slovenia è già dentro). Ma Zamboni, che da anni ha separato il suo percorso da quello degli ex Csi, nei concerti ancora suona “Cupe vampe”, la canzone che racconta il rogo della grande Biblioteca di Sarajevo. «Non so come mai ci colpiscono più le distruzioni delle biblioteche, o l’uccisioni degli animali in guerra che non quella gli uomini», riflette Zamboni. «Noi dovremmo tenere quella parte. Ma è così forte la colpa che ci portiamo addosso tutti quanti, che quando la vediamo sfogare su qualcosa che reputiamo altro e innocente rispetto alla nostra razza, allora lì capiamo davvero che cosa sta succedendo». “Cupe vampe” comparve su Linea gotica nel 1996, ma fu scritta l’anno prima. «Mentre la componevamo, dall’altra parte dell’Adriatico, esattamente negli stessi giorni Mladic stava ammazzando ottomila persone a Srebrenica. Ci pensavo in questi giorni. Questi parallelismi ti stendono». Già.

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