Ray Davies: “Picture of you when you’re getting old…”

Ray Davies, cantautore inglese, ex leader dei Kinks

Quando si apre la homepage del sito del Meltdown Festival, la prima cosa che si nota è la sua faccia sorniona, con quel sorriso storto che guarda direttamente il visitatore e lo invita a fidarsi: con lui ne vedrà delle belle, può star sicuro. Nella foto Ray Davies ispira sincerità. Quest’anno è lui a firmare il festival londinese, già curato da mostri sacri come Patti Smith, Nick Cave e David Bowie. Molti di loro, e non c’è da stupirsi, hanno usato l’occasione per fare sbornia di autopromozione. Davies, dal canto suo, è ben piazzato nel palinsesto. In più, a celebrare lui e i suoi Kinks, ci penserà una band assemblata per l’occasione tra amici ed ex compagni di palco, tra cui Robyn Hitchcock e Bruce Foxton. I Kast off Kinks suoneranno domani. In ogni caso, la line-up del festival (che comprende artisti come Madness, Nick Lowe, Sonics, Fugs, Harrison Birtwistle e l’esordiente Anna Calvi) è stata ben giudicata: il Guardian l’ha definita «eccentrica, stellare e apprezzabilmente inglese». Insomma, un po’ come il curatore.

Davies è ancora in piena attività. Da poco ha fatto uscire un disco di duetti, malattia senile di tante star. Ora il festival, nel cuore della sua città (è nato a Fortis Green, zona nord di Londra). In più, le ristampe dei primi dischi dei Kinks. E’ bello pensare che i Kinks siano ancora attuali. Sappiamo tutti che Beatles, Stones, Who e Led Zeppelin hanno dominato i Sessanta. Nessuno potrebbe dubitare mai della loro primazia. E tuttavia, a volte è più bello tifare per quelli arrivati a un passo dal podio. Quelli con qualità meno appariscenti, ma sempre sopraffine. Quelli come loro: «the dysfunctional, irascible, lovable, clumsy, and charming, God Save ‘Em Kinks» (Rob Connor).

Dio salvi i Kinks, appunto, e il loro fondatore. Il mese scorso, sul Guardian, è uscito un lungo ritratto. A Davies non piace essere intervistato. Nonostante ciò, evita risposte furbe. Però non guarda quasi mai la giornalista negli occhi. E’ timido? «Sì, immensamente». E insicuro. Non l’avresti detto, di uno che ha scritto alcuni dei riff più diretti della storia. Riconosce che non è semplice stargli accanto: «E’ facile amarmi, ma è impossibile vivere con me». Gli manca non avere una famiglia al suo fianco. E non è contento della solitudine che l’atto della scrittura porta con sé. Una condizione inevitabile. «Non è che scriva in segreto, non sono una Emily Dickinson». Ma per lui, quello è un mondo privato. Nato però dall’osservazione della vita reale: molte composizioni di Davies sono rinomate proprio per la loro acutezza. «Scrivo canzoni sulla gente, e penso proprio che il tipo di persona provinciale, di cui non ci cura molto, sia piuttosto interessante». Viene subito in mente un classico come “Well respected man”. Inizialmente, Davies era impressionato dal fatto che «all’improvviso avevo idee che la gente avrebbe ascoltato». La timidezza sul suo lavoro veniva da qui. Adesso, dopo decenni, è più aperto. Sta tenendo corsi di songwriting per una fondazione: la cosa lo rende felice, perchè «la creatività è un dono, e tutti hanno la capacità di essere creativi».

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