Alla guerra con PJ Harvey: “Let England shake”

“Amid the carnage and the stink of loss, PJ Harvey creates inspiring beauty”

Manca un mese. Mercoledì 6 luglio PJ Harvey sarà a Ferrara per l’unica data italiana del suo tour. L’ultimo album della cantautrice,  Let England shake, è uscito a febbraio. Ascoltatelo: è bellissimo. Il migliore dai tempi di Stories from the city, stories from the sea (2000). Forse è il disco più bello dell’anno. Let England shake toglie il fiato. Concentrandosi sull’orrore della guerra, la Harvey ha scoperto un nuovo mondo fatto di «sound and fury», come scrive Amanda Petrusich su Spin citando Faulkner (che a sua volta citava Shakespeare). Niente prediche: piuttosto, un’osservazione attonita della brutalità dischiusa dalla natura umana. Per scrivere queste canzoni ci sono voluti due anni e mezzo. Polly Jean è partita da suggestioni artistiche e storiche. Da un lato Goya, Dalì, le poesie di T.S. Eliot e il teatro di Harold Pinter. Dall’altro, le testimonianze dall’Afganistan e dall’Iraq. Ma anche una ricerca che si è soffermata sulla Prima guerra mondiale. In particolare, la campagna dei Dardanelli, voluta dall’allora giovane Winston Churchill, nelle cui battaglie persero la vita oltre 150 mila persone.

PJ Harvey al lavoro per "Let England Shake"

Le parole sono venute prima della musica. Questa, a sentire la cantautrice, è stata influenzata da classici come Doors e Velvet Underground. In realtà, la musica di Let England shake è un tessuto dai molti fili. Non esiste guerra che non lasci macerie. E questo, in un certo senso, è un album fatto di quel che resta. Tutti i brani sono intessuti di citazioni, samples, riprese. In primis, dalla musica folk britannica. E abbondano le sorprese.

La base del brano d’apertura, omonimo dell’album, è un rimaneggiamento di uno swing dai Four Lads, quintetto canoro canadese, nei primi anni Cinquanta. “Written on the forehead”, primo singolo, si basa sul campionamento di un vecchio brano reggae, “Blood and fire”, e da lì va lontanissimo, trasformandosi in una ballata ariosa e dolente. L’incalzante “The word that Maketh murder” cita “Summertime blues” di Eddie Cochran («Why don’t I take my problem to the United Nations?»). Nulla di prevedibile – e infatti in molti hanno parlato dell’ennesima svolta nella carriera della Harvey – anche se la lezione è quella di sempre: essenzialità espressiva ed emozioni forti. In più, questa volta, PJ Harvey ha pensato di affiancare ai suoni un corrispettivo visuale. Si tratta dei video che Seamus Murphy, fotografo di guerra noto in tutto il mondo, ha filmato per ogni canzone. Un progetto parallelo, in cui PJ Harvey ha creduto tanto quanto nell’album.

Un ruolo importante nella genesi di Let England Shake l’ha avuto l’autoharp, che PJ Harvey che ha cominciato a suonare dal vivo nel 2007. E’ con quel curioso strumento che ha scritto le canzoni, per poi passare a sperimentare con le chitarre, come mai aveva fatto prima. Al momento di cominciare le registrazioni – in una chiesetta tra gli scogli del Dorset, a picco sul mare – gli esperimenti si sono risolti in un suono che incanta per semplicità e levità aerea. E’ come se gli arrangiamenti di quest’album catturassero la luce e la diluissero in un collirio che, sulle prime, fa risultare la realtà abbagliante, e poi, con qualche battito di ciglia, più lucida e definita. Si realizza così il paradosso di canzoni che parlano di argomenti pesanti con suoni leggeri.  A farci stare con i piedi per terra, intanto, ci pensano le percussioni (acustiche) e i testi, con le loro immagini vivide di devastazione bellica. Quanto al canto, Let England shake mostra la Harvey al massimo della sua versatilità vocale. Lasciate che la sua voce scuota non solo l’Inghilterra, ma ogni ascoltatore. Specialmente quelli più ottusi, convinti che con Stories from the city, stories from the sea, disco d’amore, PJ avesse venduto l’anima al diavolo del commercio. Non è mai stato così. Let England shake lo conferma nel migliore dei modi.

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