Addio a Gil Scott-Heron, “the black Dylan”

Gil Scott-Heron (1949-2011)

Era tornato malato dall’Europa, dice una sua amica. Non sappiamo di che malattia si trattasse, ma Gil Scott-Heron non l’ha superata. Il musicista e poeta afroamericano si è spento ieri al St. Luke Hospital di New York. Aveva 62 anni. Nativo di Chicago, arrivò a New York tredicenne, vivendo nel Bronx assieme alla madre. La sua morte coglie di sorpresa tutti. Dopo anni di problemi con la legge (tra il 2001 e il 2007 era stato un paio di volte in galera per possesso di cocaina), Scott-Heron era di nuovo in piena attività. Negli ultimi tempi il suo lavoro era tornato sotto i riflettori, grazie a I’m new here, il bel disco pubblicato nel febbraio 2010. L’annata era stata piena di concerti. All’inizio del 2011 era uscita la sua ultima opera: We’re new here, ovvero un remix di I am new here firmato assieme a Jamie Smith degli Xx.

Gil Scott-Heron, il “Bob Dylan nero”, è stato «forse l’unico artista black che ha saputo fondere insieme stile e coscienza, ritmo e poesia». Una figura influente nello sviluppo di generi come r&b, spoken word e hip hop, tanto da essere definito “il padrino del rap”.  Titolo azzeccato, ma che non gli piaceva. Preferiva definirsi “bluesologist”. Intellettuale irrequieto, militante per i diritti degli afroamericani, negli anni Settanta ebbe la felice idea di fondere basi percussive, invettiva politica e poesia parlata, preparando il terreno al rap degli anni a venire e dando voce ad istanze sociali che erano state compresse per decenni. Una miscela dirompente fin dall’esordio di “The revolution will not be televised”, canzone-poesia registrata ad Harlem nel 1970. Era un nuovo linguaggio, quello di Gil Scott-Heron. Liberava la potenza delle parole nella musica nera. Un po’ come aveva fatto Dylan partendo dal folk. Entrambi sarebbero andati lontano. «RIP Gil Scott-Heron. He influenced all of hip-hop» ha scritto oggi Eminem sul suo profilo Twitter.

Gil Scott-Heron scrisse “The revolution will not televised” nel 1968. Aveva 19 anni

Per la parte musicale, negli anni Settanta, il suo collaboratore più importante fu Brian Jackson. I due si erano conosciuti all’università. Nel 1974 firmano il primo lp assieme, Winter in America. Influenze jazz e blues, arrangiamenti scarni, la voce di Scott-Heron piena di soul che riflette sullo stato della cultura afroamericana, minacciata dal degrado crescente dei ghetti. Di cui è esempio l’alcolismo descritto in “The bottle”.

See that black boy over there, runnin’ scared / his ol’ man’s in a bottle. /He done quit his 9 to 5 to drink full time / so now he’s livin’ in the bottle. / See that Black boy over there, runnin’ scared / his ol’ man got a problem. /Pawned off damn near everything, his ol’ /woman’s weddin’ ring for a bottle. 

Gli anno Ottanta non furono un periodo altrettanto produttivo. Nel 1993, con “Message to the messengers”, rivolge le sue critiche alla scena rap, incitandola a farsi portavoce di cambiamento, invece di limitarsi a perpetuare la situazione sociale dell’epoca. Mai stato un poser, Gil Scott-Heron. A differenza di molti, troppi altri artisti. La sua fama, nel tempo, è riuscita a conservarsi pressoché intatta. Lo dimostra l’accoglienza riservata a I’m new here, la sua ultima perla. Suoni minimali, acustici ed elettronici; toni bassi, profondi, che disegnano un paesaggio con tanti punti oscuri. E contenuti intimisti: non più rivoluzione sociale, ma redenzione personale. Qualcuno l’ha chiamato “blues postmoderno”, una cosa «come i Massive Attack misti con Robert Johnson e Allen Ginsberg». Risultato da brividi. Ancora una volta, il poeta aveva colpito nel segno.

Turnaround turnaround turnaround /And you may come full circle / And be new here again

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