La Scala light my fire

Passeggiando per Milano, quest’anno, è facile rimanere colpiti dai manifesti della campagna abbonamenti under 30 della Scala, ideati dall’agenzia Tita. L’aspetto dei poster è simile a quello dell’anno scorso. Si basa su foto di scena sovrastate da scritte in stile graffitaro. Ma le citazioni dei classici del rock danno un tocco in più al concept, lasciandosi indietro quel pizzico di ingenuità che si annidava nella campagna precedente. Il gioco punta verso un’ironia sbarazzina: niente giovanilismo, ma un richiamo a una cultura parallela – quella rock – intrisa di sentimenti forti, proprio come quelli che nutrono la melomania e le trame dei melodrammi. Il rock ha prodotto anch’esso i suoi classici. E può ormai affiancarsi al mondo operistico, da sempre visto in antitesi. Basta farlo senza prendersi sul serio. Altrimenti il trucco non riesce e si va a finire dritti dritti nel cattivo gusto. La campagna di Tita evita questo rischio. Così come lo evita il teatro, che apre alle sperimentazioni con giudizio. Il Flauto Magico by Kentridge, andato in scena tra marzo aprile, era un ottimo esempio di mix tra arte classica e immaginazione contemporanea. Domani, lunedì 23 maggio, andrà in scena il concerto di Lang Lang ed Herbie Hancock su musiche di Gershwin. Sarà un’altra buona occasione per vedere il tempio aprirsi all’esterno senza snaturarsi. E’ anche così che si preservano vive le istituzioni. E che la Scala sia un’istituzione nessuno può dubitarlo. Sta nella stessa piazza del Comune, e la piazza a cosa è intitolata? Al teatro. Mi sembra bellissimo, ogni volta che ci penso.

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