1981-2011: trent’anni senza Bob Marley (ma con molto merchandising)

Bob Marley nel backstage del concerto di Milano, 1980 (foto: Lynn Goldsmith)

Anniversario. L’undici maggio di trent’anni fa moriva Bob Marley. In Italia era venuto nel 1980 – undici mesi prima di soccombere a un tumore – tenendo un concerto a Milano davanti a centomila persone. A fargli da interprete per le interviste fu una giovane che oggi insegna inglese alla Statale. Una troupe televisiva seguì l’evento e ne ricavò un servizio speciale. La Rai approcciò il fenomeno Marley con la consueta ingenuità nostrana.

Il servizio del Tg2

prima parte

seconda parte


Su Marley è difficile dire qualcosa di originale. E’ stato definito l’Elvis nero, e con qualche ragione.  Fu la prima rockstar globale: il divo venuto del terzo mondo, dunque l’unico davvero popolare in tutti i continenti. Oggi, forse, è più che altro una questione di merchandising. Quello va sempre fortissimo. Marley, lo sappiamo tutti, è un’icona tra le tante, proprio come il Che o Marilyn. Però anche la musica se la cava bene – sebbene tutti gli occhi siano puntati sull’icona e quasi tutti dimentichino di prestare attenzione al suo gruppo, i Wailers, il vero motore sonoro. Ricorda Paolo Ferrari su DelRock: “Senza il lancio del reggae operato a livello mondiale dai Wailers sarebbe difficile immaginare gli attuali sviluppi di scene come il drum’n’bass e lo stesso hip hop”.

Il fascino di Bob Marley era ed è traversale. Per quanto l’Italia e il mondo siano pieni di fricchettoni rasta (e il rastafaresimo, per fortuna, non è più preso molto sul serio), il raggae incontra i gusti di ogni tipo di persona. Salta alla mente una scena di un paio d’anni fa. Piazza del Popolo, a Roma, era gremita in attesa di un concerto che sarebbe stato trasmesso in diretta su Mtv. Gli altoparlanti mandavano canzoni varie, tanto per scaldare l’atmosfera. La gente affluiva in piazza e si faceva i fatti suoi, chiacchierando, senza fare caso alla musica di sottofondo. Ad un tratto, dalle casse si diffuse il suono di una canzone di Bob Marley. La folla, tutta la folla, smise di vociare e intonò il ritornello. Poi un attimo di silenzio, poi di nuovo chiacchiera generale. Un pubblico affezionato, non c’è che dire.

Piccola Playlist Spuria

Redemption song

Cominciamo dalla fine. Marley scrisse la canzone quando era già malato di cancro. Il significato esistenziale si affianca a quello politico: parte del testo è ispirato da un discorso di Marcus Garvey, intellettuale pan-africano nato in Giamaica. Splendida, tra le tante cover, quella di Joe Strummer e Johnny Cash. Anche per loro è stata una sorta di canto del cigno.

Crisis (versione alternativa)

Riprendiamo il suggerimento da Piste. E gà che ci siamo citiamo Leonardo:  “Dicono che è morto trent’anni fa, ma non ci credo, secondo me è vivo e produce dischi vecchi, con le copertine già sgualcite, poi li nasconde nelle vetrine impolverate dei negozi che stanno chiudendo, nelle fonoteche comunali, lunga vita a BobMarley&TheWailers”. No matter what the crisis is.

Is this love

Rispetto a “No woman no cry”, è un po’ l’eterna seconda. Però quella è una cover: questa invece l’ha scritta lui. Kaya (1978), il disco in cui apparve, fu criticato per essere disimpegnato nei testi e leggero nelle musiche. Ma l’allegria di desiderio che anima “Is this love” suona autentica, e nessuno può negare la piacevolezza del pezzo.

Jamming

Quintessenza dello stereotipo reggae: facciamo una jam, facciamoci le canne, viva Zion. In ogni caso, un pezzo per performance live ipnotiche. Al sottoscritto ricorda una bella compagna di classe che la aveva in continuazione nelle cuffie durante una gita in Grecia (in realtà, la ragione della scelta è questa).

Hypocrite

Brano un po’ dimenticato, suggerito dal Guardian. Canzone politica, cantata in slang, in cui Bob se la prende con l’ipocrisia dei jamaicani upper class al potere, gente di bell’apparenza e rapace sostanza, pronti ad ingannare il popolo. Bella anche la versione di studio.

Like a rolling stone

Altra gemma ripescata dal Guardian. Rilettura del megaclassico dylaniano a tempo (lento) di ska, con testo rimaneggiato. Risale agli inizi dei Wailers, metà anni sessanta, una decina d’anni prima del successo internazionale. Fossimo vissuti all’epoca, ci avrebbe fatto venire voglia di un giro nelle balere di Kingston. Marley suona, ma non è certo che canti: la voce sembra quella di Bunny Wailers.

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