Cat’s Eyes

Cat’s Eyes è quello che di solito si definisce un side project. Nasce dalla collaborazione tra Faris Badwan, leader degli Horrors (da ricordare il bel Primary Colours del 2009) e Rachel Zaffira, giovane cantante lirica e multi-strumentista. Finora, hanno suonato dal vivo non più di una decina di volte. Teatro dell’esordio? Il Vaticano. Non sappiamo come ci siano riusciti. Eppure è successo davvero, hanno suonato a San Pietro (per gli scettici c’è il video). Il loro album è sorprendente per l’eleganza e la varietà delle atmosfere. E’ stato registrato negli studi della Real World di Peter Gabriel, ma non vi si ritrovano aromi etnici. La base di Cat’s Eyes sembra essere un grande amore per il lato pop anni Sessanta (non sembra originale, lo so: ma fidatevi). In particolare, Badwan dice di essere affascinato dal sound dei girl group dell’epoca, colto però nelle smagliature che permettono di rovesciare l’apparente ottusità del genere: «i riverberi che avrebbero dovuto suggerire grandeur, ma che talvolta finirono per far suonare i pezzi fuori luogo e strani; la distorsione, inevitabile effetto collaterale di strumenti primitivi portati ad un volume eccessivo» (Alexis Petridis). La Zaffira, dal canto suo, non esita ad indicare in Dirty Dancing un punto di riferimento per entrambi. In ogni caso, la premiata ditta Badwan&Zaffira non ha nulla di derivativo, e gioca con il twist (“Face in the crowd”) come con reminescenze classiche (la conclusiva “I knew it was over”) o post-punk (“Sooner or later”). Ricercare le influenze è naturale, ma il gioco di Cat’s Eye è confondere le tracce. Dalla solarità stranita e retrò si arriva a un suono denso di penombre, dai contorni che ogni tanto appaiono vagamente sinistri (Badwan è pur sempre il cantante di una band che si chiama Horrors). La formula è imprevedibile ma intelligente. E nulla è di troppo. Il risultato suona intenso e privo di maniera. L’ascolto, peraltro, dura meno di mezz’ora: delle 10 canzoni, pochissime raggiungono i tre minuti. Un pregio ulteriore.

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