Radiohead: “The king of limbs”

“Well, this is a 21st-century Radiohead album; it was never going to be easy listening.”

La notizia di oggi: i Radiohead suoneranno tutto The king of limbs dal vivo il prossimo primo luglio, per il programma “Live from the basement” della Bbc. La trasmissione è curata da Nigel Goldrich, storico produttore della band. I fan ricorderanno che i Radiohead hanno già all’attivo un “Live from the Basement”: il set, nel 2008, era composto dalle canzoni di In rainbows.

Radiohead (foto di Sebastian Edge, 2011)

La notizia di ieri (ma anche di oggi)The king of limbs è il più controverso album dei Radiohead dai tempi di “Amnesiac” (uscito nel 2001. Un capolavoro per chi scrive: ma non tutti furono della stessa opinione). La critica, in generale, sembra aver tenuto botta – intimorita dalla fama di Thom Yorke e soci – ma lo sconcerto tra i fan e tra molti osservatori è palpabile. Qualcosa non è andata per il verso migliore, se persino Pitchfork non assegna all’album la palma di Best New Music, giudicandolo con una votazione pur alta (7.9), ma che fa presupporre più un apprezzamento che non un entusiasmo.

I contenuti dell'edizione deluxe di "The king of limbs"

Il fatto è che The king of limbs è il primo lavoro dei Radiohead che non sposta in avanti i confini della loro ricerca. C’è molto di già sentito in quest’album (“[it] represents a marked attempt to create a considered and cohesive unit of music that nonetheless sits somewhere outside of the spectrum of their previous full-length discography” scrive Mark Pytlik). Per la prima volta, i Radiohead sembrano inseguire, invece di guidare, il gioco delle influenze: Flying Lotus e il dubstep davanti, Thom Yorke dietro. “The band’s signature game-changing ambition is missed”, dichiara Pitchfork. Inaspettato, vero? E l’ispirazione è altalenante. Per carità, il risultato non è brutto: ma accanto a capolavori come “Codex” si sentono brani di rimessa come “Feral”, e non si capisce come sia possibile, vista la qualità cui ci aveva abituati il gruppo di Oxford.

Lotus flower (il video più sbeffeggiato della rete)

Il primo ascolto è difficile, anche perché l’incipit non è dei più felici: “Bloom” è un brano ostico, giocato tra dissonanze elettroniche, una forsennata batteria free jazz, e la voce di Yorke più che mai spettro elettronico. Poi “Morning Mr.Magpie”, che non sarebbe stata male nel secondo disco di In rainbows, e la bella “Little by little”. Quest’ultimo è forse il brano che sintetizza meglio i Radiohead del 2011. Peccato sia seguito dal pasticcio elettronico di “Feral”. Ma dopo quell’intromissione disturbante l’album prende quota per davvero, con la sequenza “Lotus flower”-“Codex”-“Give up the ghost”. “Lotus flower” è il primo singolo estratto: tra i meno memorabili della carriera, in linea com’è con le mode contemporanee, ma senz’altro un bel pezzo. Anche se, al momento, il video –  in cui Yorke si contorce nelle maniere più idiote possibili – sembra essere più famoso della canzone stessa. La vetta, cinque minuti dopo, la raggiunge “Codex”, una ballata per voce, piano e pochi altri suoni di contorno (tra cui gli efficacissimi fiati). Sono poche anche le parole: il testo assomiglia a un haiku, fatto com’è di immagini brevi e sospese. Un capolavoro. Chi non si emoziona con una canzone così, lasci perdere la musica, sarà meglio.

Codex (la canzone dell’anno?)

Segue “Give up the ghost”, strano brano fantasmatico e suadente, tra i primi ad essere proposto dal vivo (un anno fa, dal solo Yorke: vedi video). Era già emozionante allora, ascoltando soltanto la voce e la chitarra del leader. Ciò fa pensare che dal vivo, in futuro, potrà schiudere nuovi salutari brividi.

Thom Yorke – Give up the ghost (live 2010)

Siamo all’ottava traccia, “Separator”. L’ultima. Una chiusura concentrata, elegante anche se forse un po’ di maniera. Non entra facilmente in testa, per quanta dignità esprima. Ma la situazione, con qualche altro ascolto, migliorerà. I neanche quaranta minuti della raccolta passano così veloci che in molti hanno pensato di dover attendere un King of limbs part 2. Alcuni hanno addirittura messo su un sito per dar sfogo alla dietrologia. Giochino divertente, ma stroncato dal chitarrista Ed O’Brian: “Quaranta minuti è il tempo che ci sembra più adatto ad un disco”, dice Ed. “E nella disposizione dei brani non c’è nessun messaggio subliminale che possa indurre a pensare ad un eventuale sequel: le canzoni le abbiamo messe seguendo quest’ordine perché era quello che ci piaceva di più”.

la copertina dell'album, come sempre opera di Stanley Donwood

Per tornare alla nostra metafora: l’ottavo giorno, Dio è più pigro. Si limita a dare un’occhiata e un’aggiustatina qua e là al creato, sazio e soddisfatto del proprio lavoro. Non fa più miracoli, ma neanche figuracce: per fortuna, non ho dovuto definire The king of limbs “il primo album di b-sides dei Radiohead” come qualche ascoltatore deluso ci aveva fatto ipotizzare all’inizio.

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One Response to Radiohead: “The king of limbs”

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