Primo Maggio: canzoni, lavoro, lavoratori

Chi vorrà si vedrà il Concertone di Piazza San Giovanni. Noi, più modestamente, proponiamo una piccola playlist.

Enzo Jannacci, Vincenzina e la fabbrica

Non so quali premi abbia vinto Jannacci nella sua vita. In ogni caso, temo che siano pochi e inadeguati. Il grande Enzo meriterebbe una sorta di Nobel del cuore. Questa canzone, che faceva da colonna sonora al “Romanzo popolare” di Monicelli (1974), a Sesto San Giovanni potrebbero adottarla come inno. “L’ambiente è più o meno lo stesso di altre sue composizioni, vale a dire la periferia di Milano ed i suoi dintorni (…). E’ di scena (…) una donna del sud, probabilmente giunta nella metropoli lombarda in cerca di lavoro: la realtà descritta la vediamo attraverso i suoi occhi, in un misto di stupefazione, stanchezza, pena” (Francesco Troiano).

Francesco De Gregori, L’abbigliamento di un fuochista

La canzone più bella del Principe. Ambientata sul Titanic, parla di emigrazione.

“Figlio con un piede ancora in terra e l’altro già nel mare
e una giacchetta per coprirti e un berretto per salutare
e i soldi chiusi dentro la cintura che nessuno te li può strappare,
la gente oggi non ha più paura, nemmeno di rubare.
Ma mamma a me mi rubano la vita quando mi mettono a faticare,
per pochi dollari nelle caldaie, sotto al livello del mare.
In questa nera nera nave che mi dicono che non può affondare”.

Enzo Del Re, Lavorare con lentezza

Ha ragione Vinicio: Enzo Del Re sul palco del Primo Maggio dovrebbe starci tutti gli anni.

Rolling Stones, Salt of the earth

Beggars banquet uscì nel 1968, e se dipingere gli Stones come protestatari è una forzatura, è pur vero che i rivolgimenti dell’epoca filtrano anche nelle loro canzoni. Qui Mick Jagger e Keith Richards invitano a brindare agli operai, ai soldati semplici, agli umili. Sono loro “il sale della terra”.

Bruce Springsteen, Pay me my money down

Spiega AntiwarSongs: “Un’antica e celebre working song afroamericana che ebbe origine tra i lavoratori portuali di colore nelle isole dello stato della Georgia. (…) Sebbene gli stevedores negri non fossero ufficialmente degli schiavi, le condizioni in cui si trovavano a dover lavorare erano del tutto simili, se non identiche: alla richiesta di farsi pagare il dovuto, il padrone risponde con una sprangata”. Pubblicata per la prima volta nel 1942, resa famosa dai Weavers di Pete Seeger negli anni Cinquanta. La versione del Boss (un omaggio allo stesso Seeger) è travolgente a dir poco.

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