Storia di una testa di radio, narrata da lei medesima

Ciao, sono una band di Oxford cui piace migliorare disco dopo disco. Ogni mio album ha un sound diverso e più elaborato del precedente. Non solo: piazzo fin da subito canzoni stupende, che si fanno amare subito, senza star lì a pensare all’evoluzione e alla raffinatezza.

Ok Computer, 1997

A un certo punto faccio il disco perfetto. Mi rendo conto che più in là non posso andare, e per evolvermi ancora faccio la rivoluzione. Sostituisco il labirinto alla linea retta, seminando sorpresa ovunque. A quel punto è chiaro a tutti che sono il numero uno incontrastato. Proseguo nel nuovo corso con un disco speculare e diversissimo, che non piace a tutti, spiazza i più per la tempistica (erano ancora tutti storditi dallo shock di sei mesi prima: però avevo taciuto per anni) ma cementa nell’adorazione i miei fan più accorti.

Kid A, 2000

Poi vabbè, mi riposo, mi guardo in giro, vado in America a prendere il sole, riprendo a divertirmi con cose semplici che avevo un po’ messo da parte. Quando arriva il momento di fare un disco, mi limito ad esporre la mercanzia, che manco a dirlo è quasi sempre di qualità eccelsa: sono brava, non mi faccio cogliere in fallo (quasi) da nessuno. In fondo, è un’operazione democratica, perché così facendo ho reso il mio lavoro più accessibile a tutti, come non succedeva da molto tempo. Poi ci penso su, e decido che insomma, sono abituata a sfide di ben altro livello! Quello che ho appena fatto è un compromesso. Di alto livello, ma un compromesso. Molto meglio sarebbe elaborare un progetto complessivo, che dimostri la mia volontà di parlare al presente (per il futuro) e chiarisca la mia umanità. Un disegno composto di paradossi.

In Rainbows, 2007

Per farlo devo raccogliere tutto quello che so, mettere insieme i pezzi del puzzle, mischiarli a casaccio. Da questo cumulo estraggo materiale per le mie nuove creazioni, che sono piccole e sanno di terra ma anche di stelle, perché io mi guardo intorno e studio, studio sempre, anche quando non sembra. Dallo studio e dal mestiere ho capito che dal piccolo si arriva al grande, dalla terra alla luna, dall’intelligenza al sentimento, dal concreto all’ineffabile. L’operazione riesce, l’album piace. Non solo. I tempi contano, e c’è sempre bisogno di nuove rivoluzioni. Così oso l’inimmaginabile: l’opera esce a sorpresa, e decido di darla a chi la vuole, liberamente, anche gratis, senza intermediari. Su internet, non nei negozi. Vale la pena di tentare l’assedio all’industria musicale, potere vuoto e ingiusto. Parlando in termini biblici, mi diverto a fare tre giri di corsa intorno alle già pericolanti mura di Gerico (chiamo così l’industria discografica) e quelle crollano quasi del tutto. A Gerico sono così umiliati che mi invitano a suonare in piazza. Io ci vado e mi prendo pure gli applausi.

Radiohead ai Grammy Awards, 2009

Bene, a questo punto ho ricomposto tutto. Sono Dio e in sette giorni (sette album) ho disegnato tutto quello che volevo disegnare. Ho molto tempo libero, e mi diverto a suonare in giro qua e là con amici e colleghi. L’unica cosa storta – neanche tanto, a pensarci – è che tutti, per anni, nel mondo là fuori, non fanno altro che parlare del mio giretto intorno alle mura di Gerico, interessandosi molto meno al mio ultimo lavoro, che pure era parso bellissimo a chiunque.

Quindi sono sazia e non ho certo dubbi sul futuro. Ho creato tutto quello che volevo in sette giorni.

Ma la vita va avanti. E’ impossibile fermarla. Cosa succede l’ottavo giorno?

(continua, con diverso narratore, nel prossimo post)

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2 Responses to Storia di una testa di radio, narrata da lei medesima

  1. Pingback: Radiohead: “The king of limbs” | dueaccordi

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