Here to stay?

Pare che il rock sia definitivamente morto. La notizia è della settimana scorsa. A certificare il decesso, la classifica dei singoli venduti nel Regno Unito: tra le cento canzoni in lista, solo tre sono categorizzate come “rock”. L’anno scorso erano tredici.

I pezzi in questione sono piuttosto diversi fra loro. Uno è una vecchia hit (“Don’t stop believin'” dei Journey) riportata in auge da una pubblicità; un altro è “Dogs days are over” di Florence & The Machine, per il quale l’accezione di rock andrebbe usata con una notevole elasticità; il terzo è “Hey, soul sister”, firmato dai Train, band californiana attiva da tempo ma, diciamocelo, difficile da prendere sul serio.

In Italia, la notizia è stata segnalata dal Post diretto da Luca Sofri. Giustamente, nel loro breve articolo, quelli del Post ricordano che generalizzare è difficile: “le cose sono diverse tra Regno Unito, Stati Uniti, resto del mondo, per non dire dello scarso valore delle classifiche dei singoli”. In effetti, nell’epoca del download, queste ultime sono diventate una sorta di controsenso. In Albione sono stati un po’ più drammatici: “RIP rock’n’roll? Professor of pop reads the last rites” è il titolo di un articolo del Guardian citato dallo stesso Post. Il Guardian (giornale che vanta una sezione musicale a dir poco favolosa, che i giornali italiani possono solo sognare) ricorda comunque che nella classifica degli album è andata meglio (27 dischi su 100) e che, forse, l’esordio di gruppi come i Vaccines e gli Yuck porterà con sé un’ondata di hype destinata a rifrangersi anche sulle classifiche. Alla fin fine, “music is a cyclical business”, sentenzia Paul Stokes del New Musical Express: “Ci ha già detto che il rock era morto alla fine degli anni ’80 e nei tardi anni ’90, ma è sempre ritornato.” Il discorso vale per l’Inghilterra e si può estendere a dove si vuole.

In fondo, però, non è che ci sia da preoccuparsi troppo. “There’s more to the picture than meets the eye” cantava Neil Young. Ci sarà sempre qualcosa in più della mera immagine. Fosse anche, quest’ultima, la squallida fotografia di una classifica infarcita di plastica, fenomeni da baraccone e avanzi di trash tv. Ci sarà qualcosa in più finché esisterà la musica. Non è importante la forma: quel che conta è lo spirito. Finché qualcuno avrà voglia di vendere l’anima al diavolo, come recita una vecchia (e pomposa?) formula blues, qualcosa si salverà.

Basta andare oltre. Oltre le classifiche e lo showbiz più scontato. Non ci vuole molto. Anche nell’universo della musica indipendente non è tutto oro quel che luccica. Ma esperienze interessanti ci sono oggi come ieri. Certo, non possiamo pretendere di catalogarle tutte. Su questo blog, più modestamente, ci limiteremo a proporre la musica che, secondo noi, vale ascoltare: underground o popolare che sia. Con qualche deviazione umorale, perchè nessuno è un’enciclopedia, e tutti ci portiamo appresso un tanto di “gusto personale” non razionalizzabile. E con qualche salto nel passato, quando ne avremo voglia.

Faremo anche la cronaca di incontri interessanti, quando ce ne saranno. Quando poi avremo voglia di annoiare (capita anche questo!) troverete qualche pistolotto sul giornalismo musicale offerto dai media mainstream. Pochi, tanto la solfa sarebbe (quasi) sempre la stessa.

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